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Genovese, primario all’Umberto I di Siracusa: “Il Piano non migliora i servizi e aumenta le spese”

Dario Genovese, primario del Trasfusionale dell'Umberto I di Siracusa

Il 18 agosto scorso Dario Genovese, responsabile del Servizio di Medicina Trasfusionale dell’ospedale Umberto I di Siracusa, ha rilasciato dichiarazioni durissime alla stampa sostenendo che se non si incrementeranno le donazioni volontarie “non ci sarà scampo per nessuno”. Nonostante da questo punto di vista la città aretusea sia un’isola felice, il problema legato alla raccolta del sangue in tutta la Sicilia e a Messina in particolare non lo lascia indifferente. 

Qual è il suo giudizio sul Piano regionale Sangue varato l’anno scorso dall’assessorato alla Sanità? “Critico, ovviamente. È un Piano che non dà opportunità di sviluppo al sistema trasfusionale sanitario della Regione, che è fortemente carente. E in prospettiva, visto che c’è una disponibilità ridotta anche nel resto d’Italia, in Sicilia il problema è destinato ad accentuarsi perché non essendo autosufficiente è costretta ad approvvigionarsi chiedendo plasma ad altre regioni. Il Piano adottato penalizza le strutture più in difficoltà e questo è illogico. Ha raggruppato in 4 centri le attività fondamentali di laboratorio e questo comporta notevoli ritardi nell’intero processo, oltre allo “svuotamento” delle competenze dei laboratori stessi”. 

Cosa rende debole questo Piano Sangue? “La logica con la quale è stato impostato, che guarda non tanto ai consumi del sangue ma alla produttività del reparto. Però quello che è davvero strategico, quello che conta è il consumo e nient’altro. Prendiamo per esempio una realtà come Messina, che registra pochi donatori. Invece di valorizzare le attività di laboratorio si punta alla raccolta, nella quale il territorio è carente. Ma la situazione della provincia, che ha oltre 600 mila abitanti è complessa: c’è un Policlinico universitario, un ospedale di terzo livello d’emergenza come

il Papardo-Piemonte e ci sono diverse cardiochirurgie, specialità che prevedono un grande consumo di sangue. Ecco, invece di sostenere tutto questo il Piano sposta tutto altrove, depotenziando le strutture locali. E tutto questo in contrasto con la legge 5 del 2009, che prevede che i servizi di assistenza debbano essere gestiti prioritariamente in ambito provinciale”. 

E rispetto alla razionalizzazione dei costi? “Il Piano non migliora i servizi rispetto alla qualità ed alla sicurezza e inoltre aumenta le spese.  Non a caso, con un decreto adottato il 15 aprile di quest’anno, si stabiliscono le tariffe e i finanziamenti aggiuntivi per queste attività. Ma non potenziando e non investendo dove ci sono carenze, non si ottengono risultati. Messina dovrebbe essere supportata e non penalizzata, le si dovrebbero destinare finanziamenti per le campagne di sensibilizzazione e la raccolta. In generale comunque, negli ultimi anni c’è stato un aumento dell’acquisto di plasma, che alla Regione non costa meno di 800 mila euro l’anno. In ogni caso, i criteri del Piano non possono tenere conto solo della quantità di sangue raccolta, perché questo distorce il sistema. È proprio dove c’è maggiore consumo che si devono potenziare le attività di donazione. Invece lo fanno dove questi problemi non ci sono. A Siracusa siamo autosufficienti e con le nostre sacche sosteniamo il Policlinico di Messina, il Papardo-Piemonte ed il Sirina di Taormina. Siamo felici di farlo, ma bisogna puntare all’autosufficienza di tutte le strutture”. 

Quali sarebbero allora i criteri da adottare? “È inutile valorizzare dove si raccoglie molto, bisogna invece aiutare dove c’è più necessità e là investire risorse. Anche per quanto riguarda le associazioni di volontari, che svolgono un lavoro importantissimo, paradossalmente si finanzia dove c’è più raccolta. In pratica, visto che i criteri di ripartizione prevedono maggiori somme per chi raccoglie più sangue, di fatto di moltiplicano i problemi. E questo è del tutto privo di senso”.