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L’asta va a monte e il dissesto si avvicina

Mentre la città si divide tra chi punta sulle dimissioni e chi sulla decadenza del sindaco Buzzanca, Palazzo Zanca ha incassato l’ennesima sconfitta. Martedì scorso il Comune ha cercato di vendere immobili per quasi 20 milioni di euro, ma ne ha racimolati meno di 56 mila. Cinquantacinque mila 800 per la precisione, con la vendita di un terreno nella zona del torrente Trapani. I veri gioielli di famiglia come gli ex silos di piazza Stazione (12 milioni 77 mila euro),  gli ex Magazzini Generali (5 milioni 430 mila euro), il palazzo ex Amam di Gravitelli (960 mila euro) e la vecchia scuola di Gesso (16 mila euro) sono rimasti invenduti, così come è accaduta in precedenza, quando all’asta c’era anche il Macello Vecchio, un immobile valutato intorno ai 5 milioni di euro.

E così, nonostante da anni l’amministrazione comunale sventoli l’alienazione del patrimonio immobiliare come uno dei migliori rimedi per ripianare i debiti fuori bilancio, ancora una volta ha dovuto registrare l’indifferenza dei possibili acquirenti per i pezzi più appetibili. A meno che, come suggeriscono i rumor più maligni di Palazzo Zanca, il disinteresse non sia solo apparente, in attesa che la vendita diventi una svendita, visto che ad ogni asta i prezzi scendono del 10 per cento. 

“Intanto -commenta il capogruppo del PD al Comune Felice Calabrò– con una città ormai allo stremo, parte degli 800 mila euro dirottati sul Fondo di Riserva il sindaco Buzzanca li utilizza per pagare spettacoli e luminarie natalizie. E questo comportamento la dice lunga su quale sia la sua considerazione delle esigenze reali dei messinesi”. 

Che il Comune non abbia un grande senso degli affari non è comunque una novità. Basta dare un’occhiata alle carte che riguardano la vendita di un’altra area in via Salandra. Poco più di mille metri quadri (1.329, 29, ad essere pignoli) valutati solo 225 mila euro, essendo un’area edificabile. Un valore molto inferiore a quello reale, perché gravato da contenziosi vari e da una percentuale dovuta all’ASI, visto che il terreno rientra in un’area di sua competenza. 

Ma in quest’area, che non è pavimentate e che non è dotata di impianti di smaltimento delle acque piovane e di illuminazione, vivono abusivamente tre famiglie. Due sono italiane, una marocchina. E sebbene in teoria gli abusivi non abbiano diritti di alcun genere rispetto ad un eventuale inserimento nelle graduatorie delle case popolari, i tre nuclei familiari sono già

stati censiti dal Dipartimento Risanamento. E questo comporta, come si legge in un documento del Dipartimento Espropriazioni, non solo la diminuzione del valore dell’area perché chi la acquisterà dovrà demolire i manufatti e smaltire il materiale di risulta, ma anche che “tutti i nuclei familiari dovranno essere sistemati in apposite abitazioni per i quali sono state avviate le procedure” con riunioni operative che risalgono al 2009. Togliendo quindi le somme dovute a vario titolo ed il valore degli appartamenti che dovranno essere assegnati alle tre famiglie, viene da chiedersi quanto effettivamente resterà in tasca al Comune da questa vendita.

 Soprattutto in considerazione del fatto che per sistemare la viabilità della zona all’interno del progetto della cosiddetta “Via del Mare”, il Comune dovrà acquistare un terreno per creare una bretella di collegamento. Sarebbe allora sufficiente non vendere quest’area e creare qui il raccordo, senza spendere inutilmente altro denaro della città. 

“In questi anni -commenta il segretario cittadino del PD Peppe Grioli– l’amministrazione non ha voluto affrontare seriamente i nodi bilancio perché il disavanzo strutturale va affrontato con serietà e con dati veritieri Quando il Comune mette come entrata somme che dichiara essere certe ed esigibili e non lo sono (a partire dai fitti attivi, dall’accertamento della Tarsu fino appunto alla vendita degli immobili) il bilancio non è più reale. Ma la norma pretende che le somme inserite in bilancio siano certe ed esigibili e se più aste dimostrano che non si riesce a vende questi immobili, allora quelle entrate non sono più certe ed esigibili. Diminuiscono le entrate per i tagli ai trasferimenti da Stato e Regione agli enti locali, ma l’amministrazione non ha compiuto alcuna scelta in questa direzione ed i debiti fuori bilancio aumentano. Una volta comuni erano incentivati a dichiarare dissesto per accedere a fondi del ministero degli Interni. E questo consentiva di predisporre un piano di rientro con una commissione del dicastero che seguiva passo, passo il risanamento. Adesso i fondi non ci sono più e anche se la dichiarazione del dissesto è un passaggio tecnico e non politico, non conviene a nessuno. Né alla parte politica, che se riconosciuta colpevole del buco economico non potrebbe più presentarsi alle elezioni né al Ragioniere Generale né ai dirigenti che in questo modo non potrebbero più contare sui 60-70 mila euro l’anno di indennità di risultato che si portano a casa oltre allo stipendio. Diciamo che tutti hanno interesse a tenere in piedi un bilancio non veritiero per non perdere i propri privilegi”.