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Fabiola Rinaldi, la felicità nella consapevolezza di sé

Fabiola Rinaldi

Il soggiorno è ampio e arioso e il sorriso cordiale. Così Fabiola Rinaldi, attivista LGBT e transessuale, accoglie chi va a trovarla nella casa in cui vive col marito Dario, al quinto piano di una palazzina borghese, in periferia.

Una vita normale certamente non esibita, ma rivendicata come una conquista in tempi e luoghi in cui la transessualità fa ancora notizia quando si associa all’ ostentazione di forme e colori sgargianti, quando non allo scandalo che coinvolge il politico o il manager di turno.

Con Fabiola invece si parla di quotidianità , di diritti conquistati e da conquistare. Della vita, insomma, di una donna molto consapevole della propria identità, forse perché è il frutto del duro lavoro su se stessi che tocca a chi vive l’avventura di essere nata in un corpo sbagliato.

Signora Rinaldi, ci racconti la condizione transessuale. Anche grazie ai media, la gente fa ancora una gran confusione. “Sui giornali e in tv quando si parla di noi è sempre per questioni legate alla prostituzione o, comunque per  cercare il particolare pruriginoso. Ma noi siamo donne a tutti gli effetti. E come tali vorremmo essere trattate. Invece capita ancora troppo spesso di dover spiegare, di doversi quasi giustificare per il fatto di vivere una condizione per cui ad un corpo e ad un’identità femminile corrispondono ancora documenti scritti al maschile”.

Ma questo problema ha pesato molto nella sua vita? “Nella mia in particolare non più di tanto. Sarà che al Sud, in Sicilia, ho trovato meno omofobia e transfobia che non nelle grandi metropoli.  Ho un’amica che vive a Berlino e mi racconta con angoscia di quotidiani episodi di violenza di un clima non troppo sottile di intolleranza. A Messina io invece mi sono sempre trovata bene. Qui, nel condominio dove vivo da più di un anno con mio marito, la gente è cordiale e rispettosa. Nessuno sembra far caso al fatto che la nostra potrebbe apparire come una coppia particolare”.

Ma voi due è così che vi sentite? Intendo particolari? Per niente. La storia con mio marito è molto normale. Ci siamo sposati con il rito buddhista, apparteniamo entrambi a questa fede, e ci piacerebbe adottare un bambino. Io faccio la badante e la famiglia dell’anziano di cui mi predo cura mi ha accolto senza problemi. La nipotina ha cominciato a chiamarmi zia. I miei genitori e quelli di mio marito hanno fatto conoscenza e passiamo insieme le feste. Una famiglia come tante, insomma”.

Le manca solo  il matrimonio civile dunque. “Siamo rimasti solo noi italiani e i greci, mi pare, in Europa, a non avere non dico il diritto al matrimonio, ma neppure le forme più blande di tutela e riconoscimento per le unioni di fatto.  Io vorrei potermi sposare civilmente  in Italia. L’idea di farlo in Spagna o altrove non mi piace. Mi sembrerebbe di darla vinta a chi ci considera solo fenomeni da circo e non persone come le altre. L’Italia ha un serio problema di laicità dello stato. Non è possibile che il Vaticano abbia ancora un influenza così forte sulle nostre vite. Mi chiedo poi con quale diritto quei vescovi che non hanno saputo o voluto affrontare lo scandalo dei preti pedofili si intromettono nelle nostre vite”.

La lotta contro le discriminazioni, perciò, è ancora fondamentale. “L’impegno nell’associazionismo LGBT è indispensabile. C’è un duro lavoro da fare per metterci in pari con l’Europa Ma la lotta per la dignità e la libertà, comunque, passa anche per altro. Per noi transessuali, ad esempio, si tratta anche di rifiutare il ruolo di mero oggetto sessuale in cui vorrebbero confinarci Esattamente come per tutte le altre donne che devono battersi ogni giorno contro un immaginario distorto  e maschilista. Lo stesso che produce le veline o le donne-oggetto della pubblicità. Lo dico sempre alle trans che incontro nella mia attività di dirigente dell’Arcigay. “Ai Pride vestitevi in modo normale. Mettetevi il tailleur, in modo che chi vi guarda cerchi la vostra femminilità in altro che non nel solito paio di gambe in bella vista”.