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Emergenza sangue? Contrordine compagni, tutto ok

La locandina di una recente campagna di Medicina Trasfusionale

E’ uno scontro senza esclusione di colpi quello che si sta consumando tra i vertici dell’Azienda Papardo Piemonte e il direttore del Centro Trasfusionale Giuseppe Falliti. Al punto che ieri la Direzione Generale ha ritenuto opportuno inviare un comunicato stampa per mettere i puntini sulle “i”. Le proprie, ovviamente. Negli ultimi mesi, infatti, più volte il dirigente del nosocomio promuove e organizza personalmente incontri su incontri per sollecitare le donazioni volontarie, risorsa indispensabile per gestire le necessità di qualsiasi ospedale. I Vigili del Fuoco, la Polizia, l’Azienda Forestale, gli studenti di alcune facoltà scientifiche ed anche il personale del Papardo rispondono con generosità, la Croce Rossa mette a disposizione uomini e mezzi, ma la meta delle 1.400 sacche l’anno, la quota minima prevista perché a regime ne servono non meno di 2.500, è ancora lontana. 

L’emergenza esplode nei giorni scorsi, quando le riserve del nosocomio sono ridotte a quattro unità di 0 Negativo (il gruppo dei donatori universali) ed il reparto di Cardiochirugia rischia di dover rinviare più di un intervento. E si parla di operazioni di un certo livello, che se procrastinate potrebbero comportare conseguenze fatali per i pazienti, non di banali appendicectomie. Dopo ore di ricerca e più di una risposta negativa da numerose strutture sanitarie dell’Isola, si manda un’auto a Palermo per prendere alcune unità di sangue, ma non basta. Falliti allora lancia un appello alla stampa perché lo aiuti a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di donare sangue per non bloccare l’attività delle sale operatorie. La maggior parte delle testate locali raccoglie l’invito e promuove le donazioni. A dispetto dell’indifferenza cronica dei messinesi, la città risponde ed in tre giorni quasi una sessantina di volontari si presenta nei centri di raccolta del Papardo e del Piemonte. È ancora poco per le necessità reali dell’Azienda Ospedaliera, ma è tantissimo viste le urgenze del momento. 

Poi la doccia fredda. Un comunicato del Direttore Generale Armando Caruso, che mette nero su bianco un paio di cosette. A partire dal fatto che “l’Azienda, una volta venutane a conoscenza, ha prontamente provveduto ad attivare i canali regionali per far fronte alla carenza di sangue”. Nella nota si sottolinea che “il Piano Regionale avviato dall’assessorato alla Salute, che ha definito il riassetto e la rifunzionalizzazione della Rete Trasfusionale, ha consentito di fornire in tempi rapidi una risposta adeguata alle richieste trasfusionali” e che “i centri trasfusionali regionali contattati hanno già provveduto ad inviare oltre 90 sacche che consentono di affrontare lo svolgimento delle attività trasfusionali”.

L’Azienda (nella foto di fianco il manager Armando Caruso) dichiara che in

caso di necessità “provvederà con solerzia ad attivare tutti i canali per far pervenire le sacche di sangue necessarie” e conclude sottolineando che “sull’allarmismo determinato dalle comunicazioni, peraltro non autorizzate, ha avviato indagine interna per evitare che tali dichiarazioni unilaterali possano generare allarmismi ingiustificati nella popolazione”. 

Posto che non è chiaro perché per attivarsi “in tempi rapidi” si sia aspettato di arrivare con l’acqua alla gola, a prima vista il ragionamento potrebbe anche filare. Quello su cui però glissa la Direzione Generale è il costo di questa operazione. Perché se le donazioni volontarie di chi ha risposto all’appello del direttore di Medicina Trasfusionale in quanto tali non costano nulla alle casse pubbliche, far rifornimento di plasma presso altre strutture comporta inevitabilmente un esborso di denaro. Una sacca di sangue costa mediamente tra i 17 ed i 37 euro. Se si moltiplica questa somma per le oltre 90 che l’Azienda dichiara di avere recuperato, si ha un’idea di quanto si è speso per tamponare un’emergenza e di quanto potrebbe costare alla collettività in un anno se non si lavorerà sulla cultura delle donazioni, che vede Messina all’ultimo posto in Sicilia. 

Peraltro, vista la velocità con la quale le scorte di sangue sono arrivate in riva allo Stretto, è inevitabile domandarsi come si sia riusciti a recuperare questa enorme quantità di plasma se fino a due giorni prima la stessa Rete Trasfusionale Regionale aveva risposto picche, a dispetto delle emergenze della Cardiochirurgia del Papardo. L’iniziativa di Falliti deve aver fatto saltare sulla sedia più di un dirigente regionale. Al punto che Attilio Mele, direttore del Servizio Trasfusioni dell’Isola che i rumor dei bene informati dell’ambiente indicano come zio acquisito per parte di moglie dell’assessore alla Sanità Massimo Russo, ha ritenuto opportuno sfidare il caldo e precipitarsi a Messina per un’ispezione. Una coincidenza? Forse. 

Giuseppe Falliti mentre dona il sangue

Quello però che è ancora da chiarire è se anche a Siracusa è stato riservato lo stesso trattamento. Nonostante il capoluogo aretuseo sia un’isola felice per le donazioni di sangue, il 18 agosto scorso Dario Genovese, responsabile del Servizio di Medicina Trasfusionale dell’ospedale Umberto I, ha rilasciato dichiarazioni durissime alla stampa, sostenendo che se non si incrementano le donazioni volontarie “non c’è scampo per nessuno”. Resta allora da vedere se anche la Direzione Generale del nosocomio siracusano aprirà un’indagine interna per “allarmismo ingiustificato”. 

Per Messina invece, la sola certezza è che il comunicato stampa dell’Azienda Papardo Piemonte si trasformerà inevitabilmente in un boomerang. Perché recuperare la fiducia di chi ha donato con generosità il proprio sangue per contribuire a gestire l’emergenza e adesso, dopo le affermazioni dei vertici della struttura, non sa più a chi credere, sarà molto difficile.