ElezioniMessina2026. Il dissenso non è lesa maestà e nelle urne la delegittimazione degli avversari non paga
MESSINA. Quando il no diventa reato di lesa maestà. C’è un elemento che, più di ogni altro, rende inquietante questa campagna elettorale. È un fenomeno politico che caratterizza la comunicazione di Cateno De Luca: la trasformazione del dissenso in colpa. Non il normale scontro democratico, ma un clima nel quale chiunque osi esprimere un’opinione autonoma rischia di essere immediatamente isolato, delegittimato o pubblicamente esposto.
È qui che De Luca smette di apparire semplicemente come un leader sopra le righe e assume i tratti di un modello politico profondamente totalizzante. Il messaggio che emerge da anni di dichiarazioni, comportamenti e dinamiche interne, fedelmente replicato dai suoi sodali, anche giovanissimi, è sempre lo stesso: o sei totalmente allineato oppure diventi un bersaglio.
ll’interno della galassia De Luca chi mostra indipendenza è guardato con sospetto e chi dissente prima è messo da parte e poi epurato. Chi mantiene rapporti civili con gli avversari politici è trattato come un traditore. Un sistema che alla lunga potrebbe instillare paura nei sostenitori di Sud chiama Nord, soprattutto più i giovani, coinvolti in campagne elettorali aggressive senza avere ancora gli strumenti per comprendere fino in fondo le dinamiche che li circondano.
In questo schema che ormai pare consolidato, la democrazia smette di essere partecipazione libera e diventa subordinazione psicologica. Un sistema nel quale bisogna continuamente dimostrare fedeltà, giustificare rapporti personali, rendere conto perfino delle proprie interazioni sui social. Rumors che provengono dalla compagine deluchiana riferiscono che basta un like dato alla persona sbagliata, una fotografia con una persona non gradita o una parola ritenuta fuori posto per finire sotto accusa, convocati a dare spiegazioni come in una continua prova di obbedienza.
Ed è inevitabile chiedersi: davvero i cittadini vogliono essere governati così? Davvero si ritiene normale che un leader politico arrivi a definire mafiosa un sottosegretario della Repubblica e un candidato sindaco soltanto perché richiamano al rispetto delle regole durante una campagna elettorale? È questo il linguaggio istituzionale che si vuole consegnare alla città e che la paura non deve essere mai strumento di consenso.

