È il battito animale, batte come non ce n’è

Giulia Arcovito

Ho beccato su internet un video in cui alcuni ragazzini  americani tra i 6 e i 12 anni sono messi davanti a un oggetto sconosciuto proveniente da epoche a loro lontane: un walkman.

Le loro spocchiose reazioni di disprezzo davanti a un tale pezzo di antichità si accompagnano a un’altrettanto manifesta incapacità di maneggiare l’oggetto, manco fosse un ordigno inesploso della prima guerra mondiale (ma magari lo fosse e gli esplodesse dritto in faccia subito).

I fenomeni dell’era digitale indovinano l’utilizzo di quel bizzarro macchinario solo dopo una serie di suggerimenti, ci mettono dieci minuti buoni per capire come si apre lo sportellino in cui va inserita la cassetta, strabuzzano gli occhi quando gli viene spiegato che per passare velocemente da una canzone all’altra dovranno schiacciare il tasto FFWD (che sta per Fast forward) e poi affidarsi al loro sesto senso per decidere quando fermarsi.

Certo non è colpa loro, sono solo bambini. Per giunta, americani. Programmati per il consumismo più abietto, secondo cui sei mesi sono più che sufficienti a rendere un oggetto superato.

Loro sono i nativi digitali. Noi, invece, la nutrita parte della popolazione mondiale nata prima degli anni ’90, siamo stati definiti immigrati digitali, perché abbiamo familiarizzato con le tecnologie smart soltanto in un secondo momento della nostra esistenza.

A giudicare dal filmato di cui sopra, i nativi digitali guardano gli immigrati digitali come una categoria da compatire, con un sorrisino saccente che trasuda un vago senso di superiorità. I nativi pensano di avere tutto da insegnare agli immigrati. Ignorando il fatto che gli immigrati, proprio per questa loro condizione, hanno visto e vissuto molte più cose di loro.

Dall’emozione per il 33 giri di

Fivelandia con la sigla degli Snorky all’attesa per il rilascio digitale dell’ultimo disco dei Radiohead, passando per le cassettine registrate durante lunghi pomeriggi passati appiccicati alla radio ad aspettare che passassero proprio quella canzone per premere tempestivamente REC.

Buttando un’occhio -e un’orecchio- alla collezione di vinili di mamma e papà. Aspettando che arrivasse il sabato pomeriggio per avere il tempo di andare in un negozio di dischi a compare il nuovo Cd di … (riempire lo spazio con il nome dell’artista preferito, lungi da me istigare qualsiasi forma di razzismo musicale), imparando a memoria ogni pagina del booklet coi testi che immancabilmente lo accompagnava.

Noi immigrati, quando si è trattato di imparare a maneggiare il nostro primo lettore mp3, non abbiamo avuto tutte quelle difficoltà e soprattutto non abbiamo fatto tutte quelle moine. Oltretutto, nessuno di noi è cresciuto con in casa un grammofono, ma non per questo se ce ne mettessero uno davanti ci permetteremmo di guardarlo come se fosse un pezzo di formaggio rancido.

La canzone di questa settimana è un tributo a un’altra cosa che i nativi digitali non possono ricordare: il Festivalbar. Che è nato nel 1964 per premiare il brano più gettonato dell’estate, ovvero quello più suonato nei juke box di tutta Italia, naturalmente previo inserimento dell’apposito gettone, perché allora la musica non era gratis.

Niente di meglio del buon vecchio Raf per rimpolpare l’orgoglio – e i discorsi nostalgici sotto l’ombrellone – dei trentenni di oggi. E una lezione da imparare per tutti: prima di giudicare un immigrato, di qualsiasi tipo esso sia, pensaci un attimo. Ricordati che quasi sicuramente conosce molte più cose di te. E che il tuo modo di vivere non è necessariamente il migliore né tanto meno l’unico possibile.

Compilation rossa, compilation blu: è sempre questione di guardare le cose da più punti di vista. Buon ferragosto!

Play https://www.youtube.com/watch?v=05bZLLcDCQI

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