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Denominazioni di genere, il diritto al “neutro”

Maria Flavia Timbro

E’ settembre e come ogni settembre puntualmente accade. Chi mi conosce sa che per mestiere (in realtà chi mi conosce bene sa che non amo definirlo così, leggi, piuttosto, volontariato professionale) faccio l’avvocato e come tutti gli avvocati che si rispettino frequento le cancellerie per il disbrigo dei quotidiani adempimenti.

E’ lì che, puntualmente, accade. Solitamente è una voce cortese e sorridente che pronuncia la fatidica frase: “Prego avvocato, mi dica….”. Convinta che sia rivolta a me (d’altronde è il mio turno) mi faccio avanti pronta a rappresentare le mie richieste.

E’ solo un attimo, però mi basta per capire che il titolo in questione non è rivolto a me. Mi giro e alle mie spalle vedo un giovane ed incravattato praticante. Poco male mi dico, aspetterò. Arriva il mio turno e la stessa voce sorridente di poco prima mi dice: “ Dottoressa, lei di cosa ha bisogno invece?”.

Ora, sempre chi mi conosce bene sa che il disappunto che si dipinge sul mio volto non deriva affatto dal differente appellativo che mi è rivolto ma, piuttosto, dal criterio con il quale ho la sensazione che lo stesso sia attribuito.

Se sei un uomo, sei sicuramente un avvocato. Se sei una donna sei una dottoressa o (a mio avviso peggio ancora) un’avvocatessa. Ed è allora che per l’ennesimo anno consecutivo mi chiedo perché mai i titoli attribuiti a determinate funzioni, ad alcune cariche politiche, professionali o istituzionali debbano essere declinati al maschile o al femminile. Forse il merito o la competenza hanno a che fare con il sesso?

Perché

dobbiamo piegare quella meraviglia che è la lingua italiana ad improbabili cacofonie al solo fine di sottolineare se dietro una determinata carica ci sia un uomo o una donna?

Personalmente non mi importa di saperlo. Mi importa di sapere che dietro una toga ci sia un  bravo avvocato. Dietro un camice ci sia un bravo medico. Davanti un tavolo da disegno un bravo architetto. Alla guida del mio partito un bravo segretario.

Non mi sento di fare un torto alle battaglie femministe né alla parità linguistica dei sessi, se dico che vorrei che le funzioni non avessero genere, così come non devono avere colore politico, sociale, di razza o di religione.

Le funzioni dovrebbero essere neutre. So di interpretare il pensiero di molte donne nel dire, soprattutto a voi, cari uomini, che per sentirci alla pari nel mondo del lavoro non abbiamo bisogno che vi solleviate la coscienza coniando al femminile il titolo che ricopriamo.

Per sentire che esiste davvero parità nel mondo del lavoro vogliamo avere le stesse opportunità che avete voi di ricoprirla una certa carica. Vogliamo sapere che diventare mamme oppure no è e deve rimanere una scelta solo nostra che non può imbarazzarci né penalizzarci nel corso di un colloquio di lavoro.

Vogliamo sapere che non ci apostroferete con epiteti a sfondo sessuale davanti agli altri colleghi se abbiamo lavorato meglio di voi. Siamo donne e allora? A volte siamo belle. A volte siamo brave. Spesso e volentieri siamo entrambe le cose insieme.

E allora non preoccupatevi di come chiamarci quando vi rivolgete a noi. Preoccupatevi, piuttosto, di rispettare il nostro lavoro, le nostre capacità, le nostre competenze e, perché no?, le nostre ambizioni.

Sul lavoro noi sappiamo essere neutre. Possiamo portare la gonna e anche i pantaloni. Fatevene una ragione.