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Deludente e superficiale “L’onorevole” di Sciascia di Vetrano e Randisi

Inaspettatamente deludente L’onorevole di Sciascia in scena fino a domani al teatro Vittorio Emanuele di Messina. Diversamente dalle produzioni passate, la coppia Vetrano-Randisi (sempre apprezzata e osannata da chiunque ami il teatro) questa volta sembra avere fallito l’obiettivo.

Lo spettacolo scivola via come se la regia fosse stata delegata ad altri, dando l’impressione di una lettura piatta e superficiale di un testo che pure ha davvero tanto da dire.

C’è molto mestiere nell’interpretazione di Enzo Vetrano (l’onorevole Frangipane) e Stefano Randisi (monsignor Barbarino), ma poco altro nonostante fino a questa produzione non abbiano mai sbagliato un colpo.

Laura Marinoni (Assunta, la moglie di Frangipane) non emoziona e non riesce a rendere partecipe il pubblico del dramma etico e morale che voto dopo voto distrugge la sua famiglia.

Un clima generale che non aiuta i pur bravi Giovanni Moschella (don Giovannino Scimeni) e Angelo Campolo (Fofò, il genero di Frangipane) né il resto della compagnia. Da Aurelio D’Amore e Aurora Falcone (Mimì e Francesca Frangipane) ad Antonio Lo Presti e (il dottor Micciché) e Alessio Barone (Margano).

L'onorevole 2

Leonardo Sciascia scrisse L’onorevole nel 1965. Per quanto datato nel linguaggio, il testo rappresenta ancora oggi un durissimo atto d’accusa contro la classe politica italiana, incline al compromesso e all’autoassoluzione come poche. Le connivenze che Sciascia attribuisce con dolorosa consapevolezza alla Democrazia Cristiana, alla Chiesa cattolica e alla mafia, il trasformismo della sinistra che per una poltrona rinuncia a ideali fino a quel momento mai messi in discussione e l’assoluta amoralità dei personaggi, sono tragicamente attuali. Basta sostituire i nomi dei partiti di allora con i miserabili epigoni di oggi e il gioco è fatto.

Così in scena, se da un lato ci sono il professore di liceo Frangipane che riscopre la propria appartenenza alla comunità cattolica e la disponibilità al compromesso tre minuti dopo che gli si offre la candidatura nella DC, un monsignore troppo politicizzato, un mafioso locale e un contorno di figure-tipo (i figli e il genero di Frangipane, studenti ripetenti che poi faranno carriera e tessitori di trame politiche), dall’altro c’è Assunta.

È la moglie dell’onorevole e assisterà impotente allo sgretolarsi degli ideali sui quali pensava si fondasse la propria famiglia, che invece sarà travolta dalle brame di potere e dalle aspirazioni borghesi medio-alte. Almeno fino al finale inaspettato, quando una sorta di deus ex machina rivela che si è trattato di uno scherzo.

Nessun rimorso di coscienza al limite della follia da parte di Assunta, che invece ha sempre appoggiato la carriera del marito tra il 1947 e il 1964, districandosi senza troppi problemi tra compromessi, intrighi e meschinità che nulla hanno a che vedere con il concetto di polis e la tranquillità per gli spettatori garantita dalla ben nota mancanza di etica tipicamente italiana.

Elisabetta Raffa

Giornalista professionista dal secolo scorso, si divide equamente tra articoli di economia e politica, la cucina vegana, i propri cani, i libri, la musica, il teatro e le serate con gli amici, non necessariamente in quest’ordine. Allergica ai punti e virgola e all’abuso dei due punti, crede fermamente nel congiuntivo e ripete continuamente che gli unici due ausiliari concessi sono essere e avere. La sua frase preferita è: “Se rinasco voglio essere la moglie dell’ispettore Barnaby”.