De Luca show a Palazzo Zanca: insulti, magliette, parolacce e molte cose ancora da chiarire

MESSINA. Una messa cantata lo show di Cateno De Luca oggi a Palazzo Zanca. Prevedibile e abbastanza scontato. Convocato come una conferenza stampa per chiarire la vicenda dei finanziamenti ai suoi partiti Sud chiama Nord e Sicilia Vera, ma che conferenza stampa non è stata. Anzi. La sconcertante presenza di una claque rumorosa oltre ogni dire, che applaudiva persino gli insulti rivolti alla stampa e accoglieva con serenità il turpiloqui del nostro, ha trasformato un incontro istituzionale tra amministratori e giornalisti in una sceneggiata da osteria.
Sul banco degli imputati di De Luca la stampa locale, con in testa i giornalisti della Gazzetta del Sud, tutti rei di avere messo nero su bianco i nomi di chi finanzia il partito, compresi quelli di coloro che dovrebbero essere super partes, a partire dai fedelissimi Salvo Puccio (direttore generale del Comune di Messina), Pippo Campagna (direttore generale della Città Metroplitana) e Rossana Carrubba (segretario generale di entrambi gli enti). Accanto a loro, anche imprenditori che hanno vinto appalti banditi dall’amministrazione.
“È tutto pubblico” ha tuonato De Luca. Dimenticando però che se è lecito e normale che l’esponente di un partito contribuisca al finanziamento dello stesso, molto meno lo è se a farlo sono persone che dovrebbero essere super partes o imprenditori che si sono aggiudicati (prima o dopo i versamenti) appalti pubblici.
Alla fine il problema è tutto lì. Ma De Luca, con accanto il sindaco Federico Basile ammiccava o condivideva sorridendo di continuo mentre il suo dante causa parlava e urlava e la presidente di Sud chiama Nord, l’ex grilllina Laura Castelli (prima Capo di gabinetto a Palazzo dei Leoni, poi nominata consulente del medesimo ente ma con stipendio da dirigente) durante il proprio intervento scivolava rumorosamente sugli specchi, sembra avere scelto di ignorarlo.
Ha preferito fare spettacolo levandosi la camicia in pubblico e restando con una maglietta con la frase “Scusateci se non prendiamo tangenti”, insultare, urlare, accusare di “clima intimidatorio” e di “strumentalizzazioni”, minacciare querele qua e là e non spiegare, lasciando ancora molti punti da chiarire. Peccato, con un maggiore garbo istituzionale e più lucidità i cittadini avrebbero potuto avere quello a cui hanno diritto: chiarezza e trasparenza.
