Da Thofania D’Adamo alla “vecchia dell’aceto” Giovanna Bonanno: la scuola della avvelenatrici

Prometto di esserti fedele sempre nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita, finché morte non ci separi”. Questa è una delle tante formule di consenso pronunciate durante i matrimoni e sottolinea la volontà di rimanere uniti fino alla fine. Ma cosa succede se il matrimonio non corrisponde alle aspettative della coppia? Oggi è abbastanza facile: quando il matrimonio non va e nessuno dei due coniugi soffre di gelosie patologiche, si divorzia. Ma fino a qualche generazione fa era impensabile. Quando i matrimoni si “organizzavano a tavolino” erano dei contratti vincolanti tra due famiglie. Molte persone si trovarono così incastrate in relazioni lontanissime dai propri desideri. Quando non esistevano tutte le meravigliose leggi a difesa dell’individuo, lo “ius corrigendi” era una pratica abituale. Degli “amabili” mariti si sentivano in dovere di “educare” le mogli all’obbedienza. Come poteva una donna vessata, terrorizzata ed esasperata uscire da quella situazione? In quale maniera poteva liberarsi di un uomo che poteva pesare pure due volte il suo peso e sicuramente più abituato alla lotta? In che modo ci si poteva liberare da quella paura, pur non avendo la capacità fisica di ribellarsi in maniera diretta da quella tortura quotidiana? Se al coniuge “prudevano le mani” in maniera ripetuta e continuata, l’atmosfera di casa non era quella di nido sicuro ma quella di una trincea e il “ finché morte non ci separi” prendeva tutto un altro significatoNella Palermo della prima metà del XVII secolo Thofania d’Adamo, una signora “magrolina e modesta”, che lavorava con la figlia e un buon numero di apprendisti, risolveva questo genere di problemi. Con due once di arsenico macinato, un “grosso”, una “foglietta” di piombo,

un po’ di belladonna, un pizzico di amanite tuberosa verde e mezzo litro d’acqua, Tofania produceva un veleno incolore, inodore ed insapore. Lo vendeva a chiunque ne facesse richiesta, favorendo le donne imprigionate in cattivi matrimoni. Questa “acquetta” era confezionata in ampolline con l’effige del santo protettore dei farmacisti e delle vittime di errori giudiziari: San Nicola. La possibilità di liberarsi di qualcuno facendo passare l’avvelenamento come una gastroenterite o una semplice febbre piacque molto. Le morti erano però così frequenti che si pensava a untori di fonti pubbliche. Thofania d’Adamo (e successivamente le nipoti Giulia e Girolama) fu giustiziata come strega e avvelenatrice. La “delittuosa scuola Palermitana” vide moltissime chimiche ante litteram condannate a morti atroci per stregoneria. Era impensabile che una donna fosse tanto intelligente da ideare, senza l’aiuto del demonio, una pozione venefica di questa portata. La ricetta divenne relativamente pubblica e fu utilizzata fino a quando i suoi componenti non divennero rintracciabili nelle autopsie nel XIX secoloLa falsa “manna di san Nicola” fece cadere molte teste, anche quelle di due papi, ma liberò moltissime donne da situazioni che oggi sarebbero punite per legge. Ancora oggi molte donne continuano a morire a causa di maschi che non sanno tenere le mani a freno. Giovani donne, madri sono massacrate da omuncoli che pensano di possedere persone che lo stato riconosce libere. Negli ultimi cinquant’anni sono stati fatti enormi salti in avanti verso la parità di genere, ma ancora molti devono esserne fatti. Il 30 luglio1789 l’ultima probabile discepola di Theofania, Giovanna Bonanno, pendeva dalla forca a Palermo.  accusata di stregoneria ed perché aveva distribuito un rimedio anti pediculosi a donne mal maritate. Sedici giorni prima a Parigi avveniva la presa della Bastiglia al grido di “libertà, fratellanza ed uguaglianza” ma ancora ci stiamo lavorando…veleno

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