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#Cultura. Il Vietnam e la controcultura della guerra nel cinema

La guerra in Vietnam fu un evento che affondò le radici nel contemporaneo consolidarsi di una controcultura di massa che rigettava le restrizioni e le omologazioni. Il Vietnam fu una guerra combattuta sue due fronti: quello della giungla, del napalm e della morte, e quello politico e sociale della gente comune dei paesi cosiddetti civili. In ambito cinematografico, i primi esempi di controcultura vennero per la prima volta dati da produzioni indipendenti di registi esponenti della nascente New Hollywood, come Brian De Palma nel suo Ciao America! (1968) e Arthur Penn in Alice’s Restaurant (1969).

Questi due film non parlano in maniera diretta del conflitto, ma sono perfetti esempi di opere che si pongono contro la cultura del mito del sogno americano e che quindi si fanno portavoce un diffuso modo di pensare che andava profilandosi in quel periodo. Tra le pellicole che cercano di scavare nella realtà dei fatti portando alla luce eventi sconvolgenti e scomodi c’è Platoon (1986) di Oliver Stone, che narra della decisione di Chris di arruolarsi e aiutare il proprio esercito, composto per lo più da ragazzi di colore e di bassa estrazione sociale. Scoprirà la dura vita a cui sono costretti i soldati, perduti nelle proprie macerie e nei fumi delle droghe, delle violenze perpetuate dai generali americani ai danni dei civili vietnamiti, arrivando perciò a una matura consapevolezza della situazione.

Altra pellicola è Vittime di guerra (1989) di Brian De Palma. Anche

qui il binomio bene/male sfuma ribaltando il senso di un’ideologia di propaganda che vedeva l’America lottare contro la tirannia e per la libertà. Alcuni soldati sotto la spinta del generale Tony Meserve decideranno di rapire una ragazza vietcong per stuprarla senza alcun ritegno. L’unico a ribellarsi alla situazione sarà il protagonista Eriksson e il film è tratto da avvenimenti realmente accaduti. Tra i film che guardano al Vietnam in maniera simbolica e introspettiva ci sono di sicuro Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola e Full Metal Jacket (1987) di Stanley Kubrick.

In queste pellicole il Vietnam diviene interiorizzazione dei personaggi stessi e la loro crisi d’identità non è che lo specchio di una guerra sofferta e inutile. Tra i film invece che si concentrano sugli effetti psicologici dei reduci postumi alla guerra, vi è ovviamente Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese. Travis è un reduce che ha difficoltà a reinserirsi nella vita sociale, soffre di insonnia e per questo fa il taxista notturno. I ricordi legati alla guerra e alle sue atrocità minano la psiche di Travis, che non riesce più a trovare la pace nemmeno nel sonno. Il personaggio interpretato da De Niro sembra essere un protagonista dei racconti di Dostoevskij: un outsider sofferente, relegato in un sottosuolo da cui cerca di uscire.

Il cinema, come abbiamo visto, può essere perciò un ottimo mezzo di scandaglio storico e sociale. E soprattutto può mostrarci e metterci davanti agli occhi, in tutta la loro brutalità, i fatti più sconvolgenti che la coscienza collettiva a volte vorrebbe rimuovere. Ma dobbiamo avere il coraggio di guardare e riflettere.

Alessio Morello

Nato in Sicilia, adesso studente di cinema al DAMS di Roma. Divide le sue giornate fra introversione ed estroversione, vecchi film perduti, nuovi film sperduti, musica e lettura, il tutto rigorosamente mentre strimpella note discordanti alla chitarra. Si crede un esistenzialista con svariati dubbi universali in testa, che talvolta finisce per annegare nella baldoria di qualche pinta di troppo. Un pessimista pessimo. Vorrebbe differenziarsi e sfuggire dalla massa, ma forse è la massa che fugge da lui. Ponderato e istintivo al contempo, quando chiude gli occhi sogna fotogrammi in bianco e nero con un sottofondo rock 'n' roll.