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#Cultura. La sopravvivenza del pianeta dipende dalle lucciole

 

Il tema dell’inquinamento ambientale è uno dei più dibattuti dell’ultimo sessantennio. Tra gli scritti più interessanti in merito si colloca il saggio di Antonio Pugliese e di Nicola Rombolà ”C’erano una volta le lucciole”(Soveria Mannelli 2016- Calabria Letteraria Editrice pagg.132). L’alterazione dell’ambiente, a causa dell’industrializzazione sfrenata e dell’omologazione di massa ha prodotto enormi  squilibri, alterando il sistema ecologico del pianeta. La prefazione di Paola Radici Colace con chiarezza, puntualità e dovizia di riferimenti scientifici e letterari offre una chiave di lettura estremamente interessante. I due autori conducono una disamina del fenomeno, seguendo percorsi diversi che derivano dallo loro  formazione, scientifica quella di Pugliese, letteraria quella di Rombolà ma convergono nella interpretazione del medesimo. Già nel 1975, il tema della scomparsa delle lucciole è oggetto di un articolo intitolato “Il vuoto di potere in Italia”, scritto da Pasolini e pubblicato sul Corriere della Sera. La politica democristiana  dell’epoca, tendeva, secondo la scrittore, a colmare il vuoto di potere con l’asservimento al regime transnazionale che conduceva all’omologazione delle singole culture, soffocandone le specifiche peculiarità.

I dialetti andavano scomparendo così come scomparivano le tradizione contadine sostituite dalla globalizzazione delle culture. Pugliese e Rombolà leggono la scomparsa delle lucciole, come metafora della grande crisi socio-ambientale che ha

investito interamente la penisola, uniformandola a costumi e bisogni omologati dal finto progresso della società dei consumi. Pugliese si sofferma sull’importanza delle lucciole all’interno della biosfera e stigmatizza il loro genocidio, determinato dall’alterazione dell’ambiente. Rombolà ripercorre i testi letterari che fanno riferimento alle lucciole come protagoniste delle notti campestri.

Il genocidio delle lucciole, come Pasolini soleva definirlo, induce a riflettere sulla condotta scellerata dell’uomo che prepara per sé e predispone per i propri discendenti uno scenario apocalittico e sulla perfetta armonia della natura che ha conformato gli esseri viventi, in modo che anche il più piccolo di essi abbia un ruolo fondamentale per la sopravvivenza del creato. Un mondo senza lucciole è da considerarsi come un luogo senza stimoli, dove stoltezza e cecità la fanno da padroni. Risulteranno penalizzate, soprattutto, la poesia e la letteratura, che non riusciranno più a trovare nella natura quelle emozioni capaci di generare immagini liriche e riflessioni profonde.

Le lucciole quindi, con la loro debole luce, devono continuare a lumeggiare la notte, metafora del buio della coscienza. Georges Didi-Huberman, noto filosofo francese, ha ben espresso questo concetto nel libro “Come le lucciole. Una poetica della sopravvivenza”. Le lucciole quindi, come espressioni della volontà di sopravvivenza, pur oscurate dalla luce eccessiva della modernità, ci sono e non esitano a ricomparire con ostinazione, illuminando la nostra notte.