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Crocetta salva la Triscele: è un bene archeologico industriale

Bene archelogico industriale. Sono le tre parole magiche che salveranno la Triscele dall’oblio e la città da un’altra cementificazione selvaggia. A prometterlo ai 41 lavoratori in lotta il presidente della Regione Rosario Crocetta durante l’incontro di ieri a Catania, che si è concluso intorno alle 20.30.

Già nel pomeriggio era circolata una nota della presidenza nella quale Crocetta si impegnava a salvare il futuro dei lavoratori, sottolineando che i loro posti sono a rischio per un progetto edilizio.

Poi, una volta a Catania, la conferma: la Regione ha avviato l’iter per definire l’area della Triscele bene archeologico industriale.

Una soluzione che ha funzionato altrove (basti pensare a Le Ciminiere di Catania, vero e proprio polmone culturale della città) e che dà una speranza anche a Messina.

I 41 lavoratori della Triscele sono riusciti là dove quelli della Mulini Gazzi, nel 2006, non ce l’hanno fatta. Due importanti realtà produttive a pochi metri una dall’altra. Una scomparsa sotto il cemento implacabile della speculazione edilizia, l’altra salvata dalla determinazione degli ex dipendenti che anche con le lettere di licenziamento in tasca non si sono arresi ed hanno lottato per salvare il proprio posto di lavoro.

“I problemi non sono completamente risolti -commenta cauto Peppe Grioli, segretario cittadino del PD- ma finalmente non siamo soli ad affrontarli. C’è una procedura avviata e l’assessore Vancheri è già al lavoro da un paio di giorni per un progetto di rilancio della produzione o delocalizzazione. In ogni caso, ne sapremo di più all’incontro di martedì prossimo a Palermo, al quale dovranno parteciperanno il commissario Croce, i sindacati ed anche i Faranda. Crocetta sta anche pensando ad un insediamento nell’area di Barcellona, nella Zona Franca Urbana, con agevolazioni e tutto quanto possa contribuire a favorire questo progetto che consentirà di evitare la perdita di 41 posti di lavoro e di mettere sulla strada altrettante famiglie”.

“Siamo soddisfatti per l’attenzione ai problemi posti e soprattutto per l’avvio di un percorso che ricerca soluzioni sia alla vicenda del Teatro Vittorio Emanuele sia a quella della Triscele -commenta Lillo Oceano, segretario generale della Cgil Messina. Su quest’ultima in particolare, apprezziamo l’impostazione di Crocetta che ritiene piu importanti le attività produttive rispetto alle speculazioni edilizie. Il presidente ha accolto la nostra richiesta di convocare un incontro per cercare una soluzione fattibile, anche attraverso l’individuazione di un nuovo investitore, alla chiusura della produzione”.

Resta adesso da capire se la volontà di chiudere senza delocalizzare ci fosse già al momento dell’acquisto della fabbrica di birra nel 2007, quando la famiglia Faranda tornò in possesso dello stabilimento fondato nel 1923, dopo averlo ceduto a metà degli anni Ottanta all’Heineken.

In quel momento la multinazionale, che a Messina ormai si limitava all’imbottigliamento del prodotto, era impegnata in un feroce braccio di ferro con i sindacati e con i lavoratori perché aveva deciso di chiudere e trasferire tutto, dipendenti compresi, a Massafra, in Puglia.

justify;">Poi arrivarono i Faranda, dicendo che non potevano permettere che la città perdesse la Birra Messina, e si fecero avanti per riacquistare lo stabilimento di famiglia. Salutati come salvatori della patria perché impedivano il trasferimento dei lavoratori, ripartirono alla grande, riattivando la produzione e lanciando due nuove birre. Certo, la battaglia per il marchio la persero perché il nome “Birra Messina” rimase all’Heineken, ma tutti sapevano che la Triscele nasceva in città.

I primi scricchiolii dopo soli 6 mesi, quando 9 lavoratori furono messi in mobilità. Iniziano le prime tensioni, ma i lavoratori continuano a credere nei Faranda, ai quali hanno persino dato la propria liquidazione, quasi 2 milioni di euro, per aiutarli a rimettere in piedi la fabbrica. Nel 2010 arriva persino un riconoscimento internazionale.

Nel 2011 la bomba, lanciata dalla proprietà. Il sito è troppo grande per la quantità di birra prodotta, bisogna vendere l’area e delocalizzare la produzione. E a quel punto inizia il braccio di ferro con il Consiglio comunale, per il cambio di destinazione d’uso dell’area. La richiesta dei Faranda è chiara: trasformatelo in terreno edificabile, così lo vendiamo ad un prezzo altissimo e possiamo costruire altrove una fabbrica più piccola e moderna.

I lavoratori ci credono, la città no. Nessuno, a parte i costruttori, vuole altre colate di cemento in città. L’azienda manda in giro comunicati stampa nei quali giura che l’unico modo per salvare i posti di lavoro è trasferire tutto altrove. I dipendenti presidiano il Consiglio comunale fino a quando non arriva il via libera al cambio di destinazione d’uso dell’area. Concesso a denti stretti e vincolato in ogni caso alla salvaguardia dell’occupazione.

Neanche questo passaggio però basta a salvare i lavoratori ed il loro futuro. La produzione si ferma ed è trasferita altrove, le maestranze finiscono in cassa integrazione. Si convocano tavoli in Prefettura durante i quali la proprietà promette un Piano Industriale (indispensabile per ottenere la cassa integrazione straordinaria una volta che quella in deroga si sarà conclusa) che non arriva mai.

Alla fine, dopo avere rinviato in ogni modo il confronto finale, il 18 dicembre cala il sipario sulla Triscele. Durante l’ennesimo incontro convocato in Prefettura i Faranda mettono le carte in tavola e ammettono che hanno deciso di chiudere. Hanno accumulato 9 milioni di debiti ed il ricavato della vendita andrà a coprire i conti in rosso. Di delocalizzazione neanche a parlarne e per i 41 dipendenti, gli stessi che hanno messo nelle loro mani il proprio TFR, c’è solo il licenziamento.

E a proposito di debiti, stando alle denunce dei lavoratori, resta da chiarire anche l’aspetto delle cessioni del quinto dello stipendio non pagate. Come ci hanno raccontato un mese, molti lavoratori che hanno contratto prestiti con le finanziarie tramite la cessione del quinto dello stipendio s sono visti arrivare ingiunzioni di pagamento anche per 8 mila euro. In pratica, l’azienda avrebbe trattenuto il 20% dei salari ma invece di versarli alle finanziarie li avrebbe utilizzati in altro modo. Ed anche di questo la proprietà sarà chiamata a rispondere.