Resta sempre aggiornato e seguici sui social, clicca "Mi Piace"

Cosa resterà della legge 194

Il 20 giugno la Corte Costituzionale si pronuncerà in merito all’articolo 4 della legge 194, la discussa e già ultra trentennale legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. La richiesta d’esame di costituzionalità viene da un giudice di Spoleto. Chiamato a intervenire dal ricorso di una minorenne che chiedeva di procedere all’interruzione di gravidanza senza il consenso dei genitori, il magistrato ha preso spunto per rimettere in discussione uno dei perni su cui ruota la struttura stessa della legge in questione.

In particolare, l’articolo 4 è quello che rende possibile “l’interruzione volontaria della gravidanza entro i 90 giorni” qualora vi si presentino le circostanze fisiche, psichiche ed economiche, rivolgendosi a un consultorio pubblico. Il giudice spoletino porta a proprio favore la normativa europea, nella fattispecie una sentenza della Corte di Giustizia europea, che indica l’embrione come soggetto da tutelarsi in assoluto e controbatte sostenendo che l’interruzione di gravidanza “porta all’inevitabile risultato della distruzione di quell’embrione umano che è stato riconosciuto quale soggetto da tutelarsi in assoluto”.

Fino ad oggi il principio che ha reso possibile la legge 194  è che il diritto, la salute e la libertà della gestante abbiano priorità sull’embrione. La richiesta d’esame di costituzionalità, mira a cambiare questa prospettiva, nei fatti capovolgendola, ponendo come interesse prioritario l’embrione, intendendo come “embrione umano qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione”, in virtù della sentenza della Corte di Giustizia dell’ UE del 18 ottobre 2011.

Inevitabile la mobilitazione di donne e associazioni in difesa dei diritti e dell’autodeterminazione. La sentenza della Corte Europea, infatti, non si riferisce in alcun modo a leggi inerenti l’interruzione di gravidanza ma è in relazione a un contesto diverso, quello dei brevetti. I limiti previsti per gli esperimenti effettuati sugli embrioni umani vietano la brevettabilità “di utilizzazioni di embrioni umani a industriali e commerciali” (come recita la precedente direttiva 98/44/CE a cui la sentenza è riferibile). In merito alle biotecnologie, una regolamentazione europea era necessaria e inderogabile per limitare sperimentazioni su materiale umano che sfociassero in speculazione economica. Tutto facilmente condivisibile.

La rilettura della sentenza operata dal

giudice spoletino mira invece a riformulare la normativa italiana sulla base di presupposti desunti da un contesto diverso e riutilizzati. Le conseguenze di una sentenza di incostituzionalità dell’articolo 4 snaturerebbe la legge 194 rendendola ineffettiva.

“E’ una vicenda drammatica per l’Italia -commenta Carmen Currò, presidente del Centro Donne Antiviolenza di Messina. Ciclicamente torniamo a mettere in discussione leggi e principi già acquisiti. Ma quella per la legge 194 è stata una delle battaglie più importanti per il nostro Paese. Al momento del referendum tutti hanno votato. Le donne ben sapevano di quante ne erano morte a causa degli aborti clandestini”.

I dati sulla diminuzione delle interruzioni di gravidanza negli ultimi trent’anni sono chiarissimi: una diminuzione del 43.2% è avvenuta fra il 1983 e il 2005 (dati del sistema di sorveglianza istituito dall’ISTAT nel 1979). “La legge ha abbassato di tanto il tasso di IVG che questo può considerarsi un fenomeno marginale all’interno delle nostre strutture ospedaliere -prosegue Currò. Le donne sono sempre più informate. Bisogna sfatare l’idea che l’IVG sia una scelta facile. Nella maggior parte dei casi è un atto estremo. In Italia si riduce a battaglia ideologica un fatto che ideologico non è. Non sempre si può gestire una maternità non voluta. Noi vogliamo difendere l’autodeterminazione della donna sul proprio corpo e ribadire che ogni donna ha il diritto di scegliere”.

La legge 194 è del 1978. A distanza di 34 anni ci ritroviamo a doverne discutere la validità giuridica. “ Si tratta di un arretramento civile del nostro Paese -conclude la presidente del Cedav. Continuiamo a discutere su ciò che abbiamo acquisito oltre 30 anni fa invece di puntare a una politica solidale. Dobbiamo invece creare madri consapevoli perché molti figli sono abbandonati e la nostra non è una politica minorile efficace, visto che troppo spesso dobbiamo fare i conti con un’infanzia trascurata”.

In attesa della sentenza del 20 giugno, spopolano su internet gli appelli per sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema vecchio ma ancora scottante. Nel frattempo, resta da capire perché ciò accade. Per debole consapevolezza dei nostri diritti, per una latente e quantomeno maschilista sfiducia nei confronti della libertà di scelta della donna o per ostinata caparbietà dei movimenti contro l’aborto?

Francesca Duca

Ventinovenne, aspirante giornalista, docente, speaker radiofonica. Dopo una breve parentesi a Chicago, torna a preferire le acque blu dello Stretto a quelle del lago Michigan. In redazione si è aggiudicata il titolo di "Nostra signora degli ultimi" per interviste e approfondimenti su tematiche sociali che riguardano anziani, immigrati, diritti civili e dell'infanzia.Ultimamente si è cimentata in analisi politiche sulle vicende che animano i corridoi di Palazzo Zanca.