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Coronavirus a Bergamo, chi l’ha vissuto sulla propria pelle non dimentica: la storia di Silvia

BERGAMO. Silvia Crotti è tesoriera in una multinazionale di Bergamo, è sposata, ha 51 anni e tre figli ed è anche la giovanissima nonna di due bimbi: la prima di 5 anni e il secondo di 7 mesi. Per lei vivere significa andare avanti, significa rimuovere ostacoli e non lasciarsi abbattere dalle difficoltà, ma come per la maggior parte degli esseri umani del XXI secolo non si aspettava di certo di dover attraversare un’esperienza così drammatica come quella che le è toccata durante il suo incontro con il coronavirus.

Silvia è la terza donna del Bergamasco che racconta a Sicilians il proprio vis a vis con il COVID-19, quel nemico che grazie al lockdown della Fase1 era stato rintuzzato e che grazie alla bella stagione, alle più alte temperature e agli incontri all’aria aperta aveva rallentato la marcia, comportandosi come molti epidemiologi avevano previsto. Da quando le attività avevano riaperto i battenti e i confini delle regioni e dei vari Paesi erano stati di nuovo valicabili gli si era in parte restituito vigore, è vero, ma stavolta di fronte a un sistema sanitario più preparato, con buona parte della gente munita di disinfettanti per mani e superfici e mascherine. Così il virus era divenuto per certi versi di nuovo invisibile, fatto che ha consentito alla collettività di dare il via al fenomeno della rimozione. Sull’autorevole vocabolario Treccani tutti noi possiamo leggere la definizione di questo lemma: “In psicanalisi, processo per il quale un soggetto rende inconsci idee, impulsi o ricordi che sarebbero altrimenti fonte di angoscia o di senso di colpa, e quindi anche il meccanismo di difesa contro il loro emergere”.

In soldoni: ci siamo raccontati che il COVID-19 non c’è più, che alla fin fine il numero dei decessi è basso, che le statistiche non sono preoccupanti, che non è mica così pericoloso, che ora i medici sanno cosa fare. Forse, però, un’umanità più consapevole avrebbe invece saputo percepire la presenza o l’appropinquarsi di questo naturale fenomeno della rimozione e restarsene in equilibrio fra un sano e naturalissimo bisogno di tornare alla vita quotidiana a cui si era abituati e un non abbassare la guardia con scanzonata superficialità. Atteggiamento saggio, questo dell’equilibrio, che si dovrebbe tenere di fronte a un nemico che, per quanto insistano i negazionisti, esiste eccome e del quale non sappiamo ancora molto. Forse dovremmo prendere esempio dalla nostra Silvia: presente, positiva, combattiva, ma che dal fenomeno della rimozione non si è lasciata agganciare per due motivi: perché sa bene di cosa è capace questo coronavirus e perché ha alle spalle una formazione triennale in Counseling che le consente di conoscere meglio di altri i meccanismi che, nel bene e nel male, intervengono nella psiche umana. Tutti noi, comunque, dovremmo non dimenticare che a tutt’oggi non esiste alcun vaccino per l’HIV, anche se ormai è tenuto sotto controllo. Non dovremmo dimenticare che, anche se siamo o ci riteniamo giovani e forti, intorno a noi ci sono anche gli anziani e i più deboli per i quali dovremmo avere comunque rispetto. In ogni caso il dato attuale è, come del resto gli epidemiologi avevano previsto, che il numero dei contagi in settembre è tornato a crescere e a destare preoccupazione soprattutto in alcune zone del Pianeta.

“La mia fortuna, oltre naturalmente al fatto di aver contratto il coronavirus in forma lieve e di non aver perduto nessuna persona a me cara, è stata quella di avere delle conoscenze in ambito psicologico che mi hanno consentito, con l’aiuto di uno specialista, di recuperare in un paio di mesi ciò che in molti recuperano in anni. Ciononostante non è pensabile dimenticare la paura della morte che ho provato sulla mia pelle. Era assolutamente tangibile. Essere consapevole del terremoto che stavo attraversando mi ha permesso di riconoscere immediatamente di avere bisogno di aiuto e di rivolgermi in tempo reale a uno psicoterapeuta”.

A questo punto Silvia entra nel vivo di cosa ha vissuto, insieme alla sua famiglia, qualche settimana dopo l’inizio del lockdown. “Eravamo tutti a casa: io, mio marito, mio figlio che ha 23 anni e mia figlia di 16. In quel momento le notizie che giungevano dall’esterno non erano di certo rassicuranti: ogni giorno morivano tante, troppe persone. Il 21 marzo a mio marito, sportivo ultra maratoneta e in ottima salute, venne la febbre. All’inizio non era alta, poi iniziò a salire. Aveva una forte tosse, si sentiva davvero male. La situazione andò avanti per una settimana durante la quale non c’era tempo di fare nulla, solo di occuparsi di lui. Io non ricordo di aver chiuso occhio. Lui era barricato nella nostra camera da letto fortunatamente con un bagno a sua disposizione. Tutte le notti finivo per chiamare il 112 perché la febbre non passava nonostante fosse imbottito di Tachipirina 1000 e Brufen che prendeva ogni 4 ore. Dopo 7 giorni la guardia medica mi comunicò che dall’indomani sarebbe stato attivo un nuovo servizio USCA, Unità speciali di continuità assistenziale che sono state istituite nelle USL del Sistema sanitario regionale nell’ambito dell’emergenza coronavirus per consentire ai medici generici di garantire assistenza ordinaria ai pazienti affetti da COVID che non hanno necessità di essere ricoverati in ospedale.

Chiamai il medico generico il quale mi rispose che era sabato e che non sapeva se avrebbe potuto occuparsi del caso. Di lì a poco, invece, riuscii a parlare con la Croce Rossa che mi assicurò che il giorno seguente sarebbero venuti. Frattanto, in casa, tutti avevamo sintomi leggeri. La domenica mattina giunsero due medici bardati dalla testa ai piedi come nelle peggiori scene di un film. La scena sembrava surreale, ma non lo era. Io tremavo, mia figlia piangeva, mio figlio era molto provato. Visitarono mio marito, gli trovarono la saturazione a 87, dichiararono che si trattava di COVID e consigliarono di non portarlo in ospedale perché erano tutti stracolmi di malati. Mi dissero che ci avrebbero lasciato dell’ossigeno. Io ero a pezzi, distrutta dalla stanchezza e quasi paralizzata dalla paura e decisi di cercare posto in ospedale. Chiamarono e si era appena liberato un posto al Gavazzeni di Bergamo, struttura ospedaliera privata a un chilometro e mezzo da casa nostra. Un colpo di fortuna. Mio marito fu ricoverato. Giunse in ospedale molto disidratato, gli fecero tachipirina per via endovenosa. Oltre al coronavirus aveva contratto anche una grave infezione batterica e siccome nelle ore successive la saturazione continuò a calare lo attaccarono alle bombole d’ossigeno. Ovviamente nessuno poteva andare a trovarlo, però dall’ospedale ci chiamavano tutti i giorni dopo le 17 per darci notizie sulle sue condizioni. Sapevamo che se quella chiamata fosse arrivata prima di quell’orario significava che non ce l’aveva fatta. Per 10 giorni non lo vidi. Quando mi recai in ospedale per fargli recapitare dei ricambi puliti sulla via incontrai solo carri funebri e ambulanze a sirene spiegate, mentre continui erano i rintocchi a morte delle campane delle chiese.

Seppi in seguito che durante la sua ultima notte di permanenza in clinica mio marito vide morire il suo compagno di stanza. A un certo punto mi chiamarono e mi comunicarono che avrebbero riportato mio marito a casa: c’era bisogno del suo posto-letto per malati più gravi, ma lui, purtroppo, non stava ancora bene. La proteina C risultava molto alta: il parametro di massima era 500 e lui aveva 3.000. Neppure i medici sapevano bene come agire: mi consigliarono di farlo mangiare il più possibile perché aveva perso parecchi chili e di farlo bere molto. Da quel momento lo tenemmo per altre 3 settimane in casa in isolamento. In quel mese e mezzo di calvario io persi 7 chili. Infine, al secondo tampone, risultò negativo al COVID. Né a me né ai miei figli fecero alcun esame. Poi io dovetti fare delle analisi del sangue per dei dolori insopportabili alle gambe e scongiurammo così la presenza di trombi.

Frattanto si era ammalato mio cognato che, rimasto a casa, riuscì comunque a superarla. Sapevo che dei miei colleghi di lavoro e dei miei vicini avevano perso parenti a causa del coronavirus. Mia madre ha 84 anni e né io né le mie sorelle l’abbiamo vista in quel frangente se non tramite whatsapp. Ogni minimo sintomo che percepivo scoppiavo a piangere come una bambina. Di notte, spessissimo, mi svegliavo gridando. L’8 maggio, infine, rintracciai uno psichiatra psicoterapeuta indicatomi da una mia nipote e lo incontrai su Skype. Mi diede una cura di seratonina e delle pasticche per dormire. Poi io e i miei figli facemmo privatamente l’esame sierologico: risultò che io e mio figlio avevamo preso il virus, mentre mia figlia no. Di lì a poco, infine, l’USL ci sottopose a tampone e risultammo tutti e tre negativi. Nel frattempo, avevo continuato a incontrare lo psicoterapeuta e mio marito si era andato rimettendo anche se a tutt’oggi è costantemente monitorato dallo pneumologo e di certo non tornerà a percorrere 218 km in 24 ore: tre rampe di scale bastano a fargli entrare il fiatone. Ora, comunque, ho ripreso a mangiare normalmente e a riposare di notte”.

Una grande prova di vita quella attraversata da Silvia. Una prova superata senza rimozione, affrontando la sfida in campo aperto, fisicamente e psicologicamente. Per lei il COVID-19 non è stato un nemico invisibile perché l’ha visto eccome con i suoi occhi. L’ha visto in casa sua oltre che in televisione, dove sfilavano i camion militari pieni di corpi senza vita. E ora? Ora, ribadiamo, sarebbe auspicabile non cedere alla tentazione tutta umana di questa rimozione in nome della distrazione che tutti noi sentiamo, consciamente o inconsciamente, di meritare. Il rischio continua a essere reale. L’esperienza di quest’inverno dovrebbe bastare. Gli attuali crescenti numeri dei contagi dovrebbero bastare. CI sono buoni margini di vittoria nella misura in cui si deciderà di credere nell’invisibile che invisibile non è, fermo restando che questo coronavirus non è certo la peggiore delle malattie, fermo restando che è necessario usare la mascherina, mantenere le distanze di sicurezza e fermo restando che dovremo attingere a una calma fatta di allerta consapevole.

“Ciò che reputo vergognoso sopra ogni altra cosa – continua Silvia – è il carrozzone burocratico del nostro Paese. Un esempio su tutti: di fronte alla gente che muore e alla mancanza di medici non si è riusciti, a quanto pare proprio per ragioni burocratiche, a far lavorare giovani laureati o laureandi. Qui a Bergamo è stata una catastrofe, ma non oso immaginare cosa sarebbe accaduto se tutto ciò fosse successo nel Sud Italia dove purtroppo le condizioni del sistema sanitario sono probabilmente peggiori. Dal canto mio posso dire che tutto il personale sanitario con cui ho direttamente trattato è stato inappuntabile. Il 118 e il 112 ci hanno sempre risposto e ho trovato persone competenti che mi hanno sostenuto. Le carenze della Sanità, impreparata a fronteggiare l‘emergenza, sono state nel mio caso sopperite dalla solidarietà estrema. La politica sanitaria ha presentato pecche grandi, ma questo non è certo responsabilità di medici, infermieri alcuni dei quali ci hanno anche rimesso la vita. La mentalità lombarda, quella del lavoro, una mentalità di cui dobbiamo senz’altro andare orgogliosi, questa volta ci ha però presentato il conto: l’espandersi incontrollato della pandemia. La zona rossa a Bergamo doveva essere decretata con urgenza, ma di fatto l’ha avuta vinta il sistema economico. Chiudere la valle sarebbe stato mandare in rovina la nostra economia. I bergamaschi hanno un forte senso del dovere, un punto di forza che in questa circostanza ci ha fatto però pagare un prezzo altissimo. Le industrie hanno mantenuto alto il PIL, ma a scapito di tante vite. Ora non ci resta che rimanere vigili e positivi. Io, almeno, lo sono. Non ci resta che fare tesoro dell’esperienza e porci di fronte a essa con atteggiamento rigoroso e consapevole”.

Silvia Crotti