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Coronavirus a Bergamo, chi l’ha vissuto sulla propria pelle non dimentica: la storia di Maddalena

Ci sono persone talmente spaventate che anche dopo il lockdown hanno continuato e continuano a vivere in isolamento. Ci sono quelle che mantengono, con non pochi sforzi, un atteggiamento di equilibrio precauzionale. C’è chi vive come rassegnato di fronte a un qualche arcano castigo divino, chi come stesse subendo un’ingiustizia del destino, chi ringrazia la Natura per aver finalmente reagito ai maltrattamenti dell’umanità, chi si percepisce così forte da non dover temere assolutamente nulla e pertanto calpesta, e per giunta indisturbato, le basilari norme di salvaguardia della salute pubblica. Di accordo di fondo, a tutt’oggi, non ve n’è neppure nel mondo scientifico in merito al COVID-19 anche se, a quanto pare, l’unica forma per difendere se stessi e gli altri da quest’esserino coronato sia quella indicata per qualsiasi altra patologia trasmissibile per via aerea: usare la mascherina, rispettare la sacra regola igienico-sanitaria di lavarsi le mani quanto più possibile ed evitare situazioni di promiscuità. Insomma, diciamocelo con franchezza, niente di più di quello che le nonne della generazione del dopoguerra, attente guardiane della salute familiare, andavano predicando.

Così, a 8 mesi dall’inizio della pandemia di questo XXI secolo, a 8 mesi dall’inizio della più grande crisi che l’umanità attraversa dopo la Seconda Guerra Mondiale, sappiamo con certezza solo che l’Italia non era preparata, il mondo non era preparato a quest’evento. E la domanda che noi comuni mortali ci poniamo, forse alcuni di noi retoricamente, è: perché? E soprattutto, perché chi doveva occuparsene non se n’è occupato a tempo debito? Perché chi era ai posti di comando ha soprasseduto e non si è occupato di prevenire l’arrivo di qualcosa che tanti autorevoli uomini di scienza avevano previsto? Tutti sapevamo, ma evidentemente solo a livello teorico e razionale, che una pandemia poteva arrivare esattamente come era giunta la Spagnola nel 1918.

Del resto è legge di Natura. Si sapeva, sì, ma di piani preventivi per affrontare una tale emergenza sanitaria non ce n’erano. È stata solo una questione di delirio di onnipotenza? Quel che è ormai sotto gli occhi di tutti è che negli anni scorsi, nel nostro Paese, non si era fatto altro che tagliare e tagliare sulla sanità, così come sulla cultura e sull’istruzione. E non si tratta qui di individuare un colore politico a cui imputare una migliore o peggiore gestione del Paese, in passato come di fronte all’emergenza COVID. Probabilmente, infatti, nessun colore riuscirebbe a vincere tale triste primato e comunque non servirebbe affatto identificarlo giacché non ci permetterebbe comunque di restituire la vita a coloro che non ci sono più.

Si tratta piuttosto di prendere atto del fatto che il COVID-19 è sopraggiunto spietato, come sono solite sopraggiungere le malattie. Che sia, sia stato o sarà, più o meno mortale lo dirà la Storia. Frattanto ne abbiamo potuto constatare la rapidità di trasmissione e il fatto che, se fossimo stati anche solo minimamente preparati, si sarebbero potuti evitare tanti contagi e di conseguenza tante morti. Basti citare, a proposito di impreparazione, l’esiguo numero di posti nelle terapie intensive dei nostri ospedali, dalle Alpi a Lampedusa. Ma esiste il COVID-19? Secondo alcuni non esiste. Sono i negazionisti che, per loro immensa fortuna, evidentemente non si sono ritrovati a vivere le dolorosissime esperienze delle 4 donne che hanno deciso, con grande coraggio, di raccontarci il loro incontro con il coronavirus.

Loro vivono a Bergamo e in paesini limitrofi. Loro hanno assistito, attonite e terrorizzate, a drammi e tragedie dei primi mesi della pandemia in quell’area del Nord Italia. E hanno assistito sconcertate all’impreparazione del mondo, alle morti dei loro cari e di coloro che erano in prima linea e che sono divenuti presto le prime vittime sacrificali del coronavirus: i nostri medici, i nostri infermieri, i nostri sanitari tutti, che non hanno potuto proteggersi e proteggere, che non hanno potuto o saputo intervenire, impotenti, inermi mentre continuavano a fare il loro dovere. E hanno assistito, altrettanto smarrite e allibite, all’impreparazione dello Stato italiano, dei politici che noi abbiamo votato. Politici che, pur essendo nostro e loro malgrado comuni mortali, hanno di certo delle responsabilità che non sono quelle del cosiddetto “uomo della strada”. La prima a parlare è Maddalena Chiappa. Le altre testimonianze raccolte saranno prossimamente pubblicate.

Maddalena è un’archivista libero professionista di Bergamo. Ha 65 anni, un marito e una figlia che lavora all’estero e ha perso suo fratello, di due anni più giovane di lei e apparentemente in buono stato di salute. “Lui lavorava alle Poste – racconta la donna con estrema lucidità, ma senza nascondere il suo dolore. Abitava insieme a nostra sorella e a un altro nostro fratello in un paesino della provincia, Mapello, alle pendici del Monte Canto, a circa 10 km da Bergamo. Non ci risulta soffrisse di alcuna patologia pregressa. Si è sentito male i primi di marzo e se n’è andato in 7 giorni: aveva la febbre alta, forti capogiri e una gran debolezza. Così non si è recato in ufficio e ha contattato telefonicamente il medico di base il quale gli ha consigliato di prendere della tachipirina e di aspettare. L’attesa, però, non ha avuto fine e anzi la situazione è andata peggiorando a tal punto che una notte i miei decisero di chiamare l’ambulanza.

L’operatore raccomandò loro di rimanere in isolamento per 14 giorni, di mantenere le distanze anche fra loro in casa, ma in seguito dall’ATS di Bergamo, l’Agenzia provinciale di Tutela alla Salute, solo il silenzio e l’assenza, nessun controllo, nemmeno una telefonata, cosa che non accadde solo alla mia famiglia, che io sappia. Fino a oggi mia sorella non ha fatto alcun esame relativo al coronavirus, mentre mio fratello, ma per altre ragioni, è stato sottoposto a tampone risultando fortunatamente negativo. Quell’ambulanza, comunque, portò nostro fratello in una clinica convenzionata: gli ospedali pubblici erano già pieni. Si sospettava il COVID e in effetti il tampone risultò poi essere positivo. Così mi chiamarono e andai in ospedale. Lui era attaccato alle macchine ed è morto nel giro di 24 ore. Non potrò mai dimenticare il dolore che provai e neppure lo sconcertante spettacolo della camera mortuaria zeppa di sacchi neri che contenevano cadaveri.

Chiamai l’agenzia di pompe funebri, chiesi la cremazione. L’urna fu trasferita in provincia di Cuneo o di Torino, non ricordo, e rientrò a Bergamo solo un mese e mezzo dopo. Fu un’attesa infinita, straziante. Ci convocarono al cimitero di Mapello alle 9 e lì assistemmo a una scena da brivido: la gente in fila, consegna delle ceneri e avanti il prossimo. Il parroco affannatissimo a dare di corsa una benedizione e ancora avanti il prossimo. Per questo i primi di giugno lo stesso parroco ha voluto pregare per tutti i suoi parrocchiani: più di 30 persone strappate alla vita dal COVID-19. Si fa presto a dirlo, 30 persone… Era una sera senza vento, c’era intorno a noi un silenzio assoluto. Il fratello che mi è rimasto stava accanto a me, accanto a mia sorella, e

in quel momento è crollato. I suoi nervi non hanno retto al colpo”.

Tra i primi di febbraio e i primi di marzo Bergamo e le sue zone limitrofe vivevano un vero inferno. Si sarebbe potuto arginare tutto questo dichiarando subito la zona rossa in quell’area? Si sarebbe potuto frenare in qualche modo il dilagare incontrollato della pandemia? Si sarebbero potute evitare tante perdite umane? Hanno forse prevalso, come spesso accade nelle nostre progredite società, gli interessi economici su quelli del benessere e della salute del cittadino? L’escalation, come ben ricordiamo, iniziò in quella zona il 23 febbraio all’ospedale di Alzano Lombardo, dove si identificò poi il primo focolaio di Bergamo. La gestione dell’emergenza fu abbastanza discutibile. Le strane polmoniti non avevano fatto ancora pensare al COVID-19 nonostante a Codogno già la situazione fosse più che seria e fosse stata dichiarata la zona rossa.

Da quella data, secondo i numeri della Protezione civile della Lombardia, nella provincia di Bergamo nel giro di esattamente un mese si passò da 2 casi a quasi 8.000. Mentre il numero cresceva in modo esponenziale, La Val Seriana, zona ricchissima di aziende, attendeva l’arrivo della zona rossa, ma le fabbriche e i luoghi di lavoro restarono aperti. In quel frangente scorrevano i giorni, l’Istituto Superiore di Sanità aveva dato il parere tecnico, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana attendeva che giungesse la comunicazione del Governo centrale. Solo il 21 marzo, infine, il Governo decise per la chiusura delle fabbriche su tutto il territorio nazionale e rimasero in attività solo quelle per i servizi essenziali. Frattanto in Lombardia pare che nessun tampone fosse stato fatto ai parenti dei malati, agli ospiti delle RSA, ai malati terminali, a chi passava il COVID-19 fra le pareti domestiche e pertanto non si aveva contezza alcuna della situazione. Nel vicino Veneto, invece, ci si preoccupava di monitorare e il picco risultò essere decisamente minore. All’ospedale di Padova, già da allora, chiunque si presentasse al Pronto Soccorso era sottoposto a tampone.

“Nella nostra regione – continua Maddalena – il sistema sanitario ha fatto cilecca e a pagarla sono stati prima di tutto i poveri operatori sanitari, alcuni dei quali ci hanno rimesso la pelle. La riforma Formigoni ha creato una competizione fra il sistema pubblico e quello privato con il risultato che la sanità pubblica è stata fortemente depotenziata. Poi è sopraggiunta la riforma Maroni, che ha depotenziato la figura del medico di base, divenuto sostanzialmente un burocrate passacarte. Il che ha prodotto, almeno qui a Bergamo, l’assenza di un filtro tra malato e ospedale. Tutti venivano spediti negli ospedali, che presto sono andati al collasso. Io sono volontaria della Croce Rossa, collaboro con loro come archivista, e attraverso i gruppi whatsapp ho seguito i problemi dei volontari del soccorso. Non c’erano mascherine, non c’erano teli per le barelle, si attendeva di fare ingresso in ospedale per ore. I soccorritori, per i motivi che potete bene immaginare, consigliavano di non portare gli anziani al Pronto Soccorso e tutto ciò ha terribilmente complicato i servizi. I mezzi che i sanitari avevano a disposizione per affrontare questa malattia erano insufficienti ed è stata un’ecatombe.

Ci sono stati talmente tanti morti che non ci si poteva fidare nemmeno dei numeri dati dalla stampa. I nostri riscontri diretti erano diversi: le campane suonavano a morte dalle 6 alle 7 volte al giorno, le sirene delle ambulanze si sentivano 24 ore su 24. Se si fossero fatti i tamponi, se i medici di base avessero avuto ancora il loro antico ruolo, magari la pandemia si sarebbe potuta arginare. I video con i carri dell’esercito che portavano via le bare dal cimitero di Bergamo erano veri, non fiction. Noi avevamo chiaro che quella era realtà anche se forse, a chi non viveva quella situazione direttamente sulla propria pelle, poteva sembrare un film. Durante il lockdown a Bergamo si respirava solo aria di morte. Noi, a proposito di negazionismo, siamo stati troppo colpiti per negare l’evidenza dei danni che può causare questo virus.

È vero che la mortalità è alta soprattutto nelle fasce più deboli, anziani e persone con patologie pregresse, ma è vero pure che è virulento, si espande con grande rapidità, se colpisce può lasciare segni indelebili per tutta la vita ed è subdolo perché molti sono gli asintomatici. Contenerlo è un obbligo per ciascuno di noi, politici e dirigenze in primis che hanno nelle loro mani la nostra salute. Ho una nipote che da 20 anni lavora in un reparto di Terapia Intensiva e dai suoi racconti ho potuto constatare quanto la politica di gestione nei primi mesi della pandemia sia stata sbagliata. Mia nipote mi ha riferito di non aver mai visto in ospedale tante polmoniti così aggressive. Il suo ospedale si è trasformato in COVID hospital. Io, oltre ad avere perso mio fratello e a non aver potuto nemmeno dirgli addio ed elaborare il lutto, ho perso anche un mio ex compagno di scuola al quale ero legata. Si è ammalato ad Albino i primi di marzo. Per 40 giorni ha lottato contro il coronavirus e anche lui, che si sappia, godeva di buona salute.

Un mio amico di 47 anni è stato più fortunato: dopo due settimane di COVID trascorse in casa è riuscito a scamparla curandosi con della tachipirina. Non riesco a giustificare la Regione Lombardia, da 20 anni messa in condizione di istituire una sanità privata convenzionata. In Veneto il colore politico è lo stesso, ma la gestione si è dimostrata sicuramente più incisiva. Qui hanno applicato alla lettera ciò che Johnson disse, al principio, che si doveva attuare in Inghilterra. Hanno puntato all’immunità di gregge, mentre il presidente della Regione diceva che le mascherine gliele doveva fornire lo Stato e mentre era stato costruito un ospedale con soldi privati dove non è stato ricoverato nessuno e che sul territorio non ha fatto nulla.

Nemmeno nella Fase 2 abbiamo fatto ciò che il Veneto ha fatto nella Fase 1, cioè monitorare i contagi e isolare i contagiati. Qui siamo stati vittime non solo di un virus, ma anche dell’arroganza politica che decidendo di non decretare la zona rossa ha fatto scempio dei suoi cittadini. I test sierologici a Bergamo li ha procurati il nostro sindaco, ma temo che ci troveremo presto di fronte allo scenario del business. L’allarme nel Paese è stato generale, tutti hanno sbagliato qualcosa, tutti noi abbiamo certamente sbagliato qualcosa, ma in Lombardia le hanno sbagliate tutte. Che la pestilenza del 1630, che ha colpito sempre questa nostra zona, abbia portato a picchi pandemici che hanno spazzato via tante vite è storia di quasi 5 secoli or sono. Ma che una tragedia di tal fatta accada oggi di fronte all’insipienza di chi ci governa è imperdonabile davanti agli occhi dell’uomo e davanti agli occhi di Dio”.

Maddalena Chiappa