Resta sempre aggiornato e seguici sui social, clicca "Mi Piace"

Coronavirus a Bergamo, chi l’ha vissuto sulla propria pelle non dimentica: la storia di Liliana

I sintomi erano apparsi il 2 marzo, una data che sarà difficile per lei dimenticare. Tosse e spasmi. Terribili dolori muscolari in tutto il corpo. Infine perdita dell’appetito e del gusto e allucinazioni in piena notte mentre tutt’intorno era già l’inizio dell’inferno. Liliana Salvi, ex barista pensionata di una scuola superiore vive a Zogno, un paese di 8.800 abitanti della bassa Valle Brembana, a 11 chilometri da Bergamo. Ha 65 anni, un marito, due figlie e due splendidi nipotini ed è lei la seconda testimone che ha voluto raccontarci la terribile esperienza che le è toccato vivere quando si è ammalata di coronavirus.

“Avevo paura di andare a letto, di addormentarmi e non svegliarmi più. Da tre anni sono invalida a causa di un ictus e per me e mio marito le settimane in cui ho avuto il COVID sono state un vero e proprio incubo. Quando iniziai ad accusare i primi sintomi chiamai il medico di famiglia, ma anche lui si era ammalato e mi consigliò di prendere della tachipirina. Poi lui finì in ospedale. Io nel frattempo andai peggiorando, ma prima che un dottore potesse visitarmi passarono ben 10 giorni. Io e mio marito telefonavamo, ormai disperati ma in parte quasi rassegnati, al 112 e gli operatori, forse più rassegnati di noi, ci suggerivano solo di prendere precauzioni, di rispettare fra noi il distanziamento… io però non sono del tutto autosufficiente e questo complicava sensibilmente le cose. Finalmente riuscii a farmi vedere da un medico, ma dovetti recarmi io in ambulatorio e ci arrivai in condizioni che definire precarie è dir poco.

Risultò che avevo una polmonite bilaterale e che la saturazione era abbastanza bassa. La dottoressa mi consigliò di tornare a casa e chiamare l’ambulanza per farmi portare in ospedale. Io feci quanto da lei indicato, ma quando il mezzo arrivò uno degli operatori, una persona che conosco bene, mi fece desistere dall’andare in ospedale. Mi disse che lì regnava il caos, che al Pronto soccorso nessuno sapeva cosa fare, che c’era troppa gente. Ancora più spaventata e sconcertata decisi quindi di rimanere nel mio appartamento. Riferii il tutto alla dottoressa la quale, a quel punto, mi prescrisse 2 antibiotici: delle iniezioni di rocefin per una settimana e poi per altre 3 settimane il secondo antibiotico di cui non ricordo il nome. A questo aggiunse l’ossigeno che dovetti usare per 15 giorni di fila. Non fu facilissimo trovare le bombole, anche se riconosco di essere stata fortunata: potei infatti reperirle in farmacia, anche se ogni volta che la bombola finiva bisognava recarsi in ambulatorio, farsi rinnovare l’impegnativa e pregare affinché in farmacia ci fosse dell’altro ossigeno. Le preghiere evidentemente funzionarono, perché andò tutto bene”.

A questo punto l’arrivo di un colpo di tosse interrompe bruscamente il racconto. Quasi 1.300 chilometri separano me e Liliana, ma siamo una di fronte all’altra, siamo su Skype. Le sorrido, lei ricambia, beve un sorso d’acqua e si scusa: quella tosse non l’ha ancora del tutto abbandonata. Poi riprende pian piano a parlare.

“Il 6 aprile ricevetti finalmente la visita a domicilio della guardia medica, bardata dalla testa ai piedi: guanti, mascherina, tuta, occhiali. Se da un lato mi rassicurai, dall’altro provai una sensazione davvero inquietante, quasi da film di fantascienza. Mi fu data un’altra cura: un ciclo di calciparina, dato che sono cardiopatica, e un farmaco sperimentale, mi comunicarono. Di quest’ultimo presi 15 dosi in pillole, due al giorno per una settimana, ma non ricordo il nome neppure di questa medicina. Per oltre un mese ho dormito da sola sul divano, anche se i miei cani non mi hanno mai abbandonata.

E se i dolori fisici sono stati quasi insopportabili, posso senz’altro dire che le sofferenze interiori sono state anche peggio, sia per me sia per i miei familiari. C’è qualcosa di davvero ingestibile, sul fronte psicologico, quando si vivono determinate situazioni, qualcosa che solo chi ci è passato credo possa davvero capire. Il senso di solitudine e la paura sembrano azzerare ogni speranza. Io, lo ripeto, ho avuto tanta fortuna e anche la possibilità di avere accanto mio marito, che ha mostrato tanto coraggio: anche lui non sta bene, anche lui, come me è un soggetto a rischio perché ha un bypass. Non sappiamo se lui abbia contratto o no il COVID: alla fine di febbraio aveva avuto un mal di gola, ma a tutt’oggi non gli è stato fatto né un tampone né un esame sierologico.

Una delle mie figlie, invece, si scoprì poi che ha preso il coronavirus perché è risultata positiva al sierologico, mentre suo marito è risultato negativo. Niente sappiamo invece dell’altra mia figlia e della sua famiglia, anche se per un periodo aveva perso il senso del gusto. Di fronte a tutto questo, e la mia è solo una delle tante tristi storie delle vittime del coronavirus, non posso far altro che ringraziare di essere ancora viva e testimoniare che il nostro sistema sanitario peggio di così non poteva funzionare. L’ospedale San Giovanni Bianco, qui a Zogno, è stato sul punto di chiudere. I pazienti più gravi venivano portati a Bergamo e se gli andava bene riuscivano a raggiungere la Terapia intensiva. Lo scandalo più grande?

La mancanza totale di monitoraggio e controllo sulla popolazione. Quando a suo tempo chiesi di fare il tampone mi misero in lista d’attesa e sto ancora aspettando. Lo stesso vale per l’esame sierologico. Hanno preso tutto troppo alla leggera. All’inizio le comunicazioni che giungevano erano rassicuranti… si diceva che era solo una comune influenza, che non era il caso di fare allarmismo. All’inizio si consentiva ai parenti delle persone ricoverate di entrare in ospedale e, com’è ovvio, in quella fase sono avvenuti molti contagi. Nessuno di noi avrebbe mai potuto prevedere una tragedia di tale entità. In Lombardia ci sentivamo protetti, la nostra Sanità era ritenuta il massimo, una Sanità eccellente… e invece la verità è venuta a galla.

Qui in paese è stata la devastazione e in maggio, che io ricordi, si è toccato il picco. Da 2 a 3 decessi al giorno, mentre il numero di malati cresceva. Parecchi miei conoscenti sono morti a causa della pandemia. Il mio farmacista, un uomo giovane, è finito in ospedale insieme ai suoi due fratelli. Lui è sopravvissuto, loro non ce l’hanno fatta. Anche una mia amica si è ammalata e mentre era in ospedale suo padre è morto di coronavirus. Poco dopo se n’è andata anche la madre, anche se non è stato accertato che la causa sia stato il COVID. Tutta la sua famiglia l’ha contratto, in forma più o meno violenta, persino sua suocera di 88 anni che è miracolosamente sopravvissuta. Anche mio fratello l’ha preso e ce l’ha fatta: lo hanno trattato con la mia stessa cura. Immaginatevi insomma lo stato d’animo di fronte a tante notizie, a tante morti, a tanta gente malata e terrorizzata. Quale il livello d’ansia, quale lo stato di depressione, di vera e propria angoscia. La gente cadeva come mosche. Io sono ancora sotto shock. La mia mente è rimasta ferma a quegli orribili giorni, alla paura di morire, di veder morire le persone che amo. Lo stress è stato enorme”.

Questa la caotica situazione in Lombardia almeno fino a maggio, a 5 mesi di distanza dalle segnalazioni, in Italia, di decine di casi anomali di polmonite. Questa la situazione a 4 mesi di distanza da quando, il 30 gennaio, il nostro Stato aveva bloccato i voli provenienti dalla Cina: troppo tardi, evidentemente, dato che molti viaggiatori provenienti proprio da lì erano sbarcati nel nostro Paese. Al Campo biomedico di Roma, frattanto, si era riusciti già a datare l’inizio di quella che sarebbe divenuta di lì a poco una pandemia: novembre 2019, focolaio Wuhan. Dai dati finora stimati un malato di COVID-19 contagia in media da 2 a 3 persone.

Il virus, almeno in quel momento, ha viaggiato a una velocità ben poco rassicurante, mostrandosi di certo meno aggressivo dei suoi cugini SARS e MERS, ma molto più contagioso anche a causa del fatto che spesso è poco sintomatico o asintomatico. Il tutto mentre i tagli effettuati nel corso degli anni alla Sanità pubblica, i nostri politici impreparati, l’affollamento delle nostre città e il nostro stile di vita ne hanno favorito l’espansione. Tutto ciò, ormai, se non è Storia di certo è nota cronaca. E di questa cronaca fa parte, come tutti noi perfettamente ricordiamo, il decreto “#iorestoacasa” del 9 marzo scorso: era iniziato il lockdown.

Molto probabilmente è stata l’unica “soluzione” possibile a cui si potesse ricorrere in quel frangente, ma nessuno l’ha vissuto bene, neppure chi ha avuto la grande fortuna di non imbattersi in quel momento nel COVID-19. Nessuno, nemmeno coloro i quali sostengono il contrario, magari sinceramente convinti di poterlo sostenere. Perché nessuno, nemmeno i più interiormente equilibrati, non ne hanno pagato e non ne pagheranno le spese. È del tutto innaturale ritrovarsi minacciati da un nemico invisibile e imprigionati, quantunque nel comfort della propria casa e sebbene la responsabilità di questa prigionia possa, come sostengono alcuni, essere in parte anche da attribuire al “malgoverno” del pianeta da parte dell’umanità. Il conto da pagare, e anche questo lo sappiamo bene, è stato e sarà anche concreto: il coronavirus ha messo in ginocchio tante realtà imprenditoriali, ha lasciato con il frigo vuoto tante famiglie italiane. Qualsiasi settore ne ha risentito, è vero. Ma non dimentichiamoci che i colossi della Finanza e dell’Economia sono rimasti in piedi e anzi, laddove in un qualche momento siano stati costretti a fare un piccolo passo indietro, ora ne faranno dieci in avanti.

Teniamo ben presente il fatto che un posto in Terapia intensiva si è sicuramente sempre trovato e si continuerà a trovare per chi possiede ricchezza e potere, mentre se la nostra Liliana, ex barista in una scuola superiore e invalida, ne avesse avuto infine bisogno forse in quella precisa circostanza quel posto per lei non ci sarebbe stato. La salute e il benessere, però, ricordiamoci anche questo, sono un diritto di tutti, benché ci si sia abituati a vederlo ogni giorno calpestato. La Democrazia, quella vera, non può continuare a morire lentamente e per di più dietro meri slogan politici che da moltissime parti e da tutti i “colori” trasudano ipocrisia in barba ai Padri della Costituzione che io credo si siano persino stancati di rivoltarsi nella tomba.