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Coronavirus a Bergamo, chi l’ha vissuto sulla propria pelle non dimentica: la storia di Anna Maria

“L’ultimo ricordo che ho di mio padre è il sacco nero che viene portato giù per le scale. Non abbiamo potuto far visita alla camera ardente e dopo parecchi giorni abbiamo saputo che la salma era stata trasportata al forno crematorio di Alessandria. Le ceneri sono tornate dopo oltre un mese”. A parlare con un groppo in gola è Anna Maria Cortesi, 63 anni, sposata, madre di due figli e residente a Seriate, una cittadina di 25.500 abitanti in provincia di Bergamo. La sua è la quarta accorata testimonianza di ciò che in quella zona della Lombardia, poco prima e durante la Fase1, si è vissuto con l’avvento del COVID-19.

“Il coronavirus l’ho visto e vissuto in prima linea – continua Anna Maria. La mia esperienza è stata sicuramente tremenda e credo proprio che tutto sia iniziato quando mio marito si recò all’ospedale di Alzano Lombardo per fare delle analisi: era il 21 febbraio. Poi prese un’influenza con dei sintomi un po’ particolari, io lo seguii a ruota. Infine, una settimana dopo, toccò a mio padre. Io guarii nel giro di circa 6 giorni, loro due no. Mio padre aveva 88 anni, ma a dispetto dell’età avanzata era di tempra forte, di quelle degli uomini d’altri tempi. Viveva da solo e io andavo a dargli una mano in casa. Francamente nessuno di noi pensava in quel momento al COVID-19 e addirittura ci si scherzava su. Lui, vecchio stampo, fisicamente vigoroso da che io abbia ricordo, mi apparve per la prima volta molto abbattuto: non si reggeva in piedi, aveva un colorito strano e la febbre continuava a salire. Dovendo nel frattempo badare anche a mio marito che non dava segnali di guarigione, mi dividevo tra le due case con l’aiuto di mio fratello. Mio papà, frattanto, peggiorava a vista d’occhio. Io sono un’ex infermiera e la situazione non mi piaceva per niente. E infatti una sera mio fratello mi chiamò e mi avvisò di aver telefonato al 112. Il soccorso giunse immediatamente, ma non tanto da poter intervenire: mio padre era morto. Noi con grossa difficoltà riuscimmo a rintracciare un servizio di pompe funebri. Vennero, ma solo perché eravamo a casa, specificarono: se fossimo stati in ospedale non sarebbero venuti. Sia i paramedici che il medico di base non diagnosticarono il COVID-19 ed erano disorientati, esattamente come noi. Il giorno dopo che mio padre ci aveva lasciati mio marito fu ricoverato: gli fecero una radiografia e lo trattennero in ospedale comunicandoci che aveva contratto il coronavirus. Pensai di essere stata io a far da tramite, io a contagiare mio padre… Era un pensiero insopportabile, un tormento, anche se razionalmente sapevo di non avere alcuna colpa. A partire da quel momento mio marito rimase per circa un mese all’ospedale di Calcinate e si può ben immaginare lo stato d’animo con cui abbiamo vissuto quegli infiniti giorni di sofferenza e di attesa. La nostra depressione e la nostra solitudine si sopivano solo grazie alle video-chiamate whatsapp: sono convinta che quelle abbiano salvato la vita a mio marito. Nel frattempo nella mia famiglia morirono altre 5 persone: 2 fratelli di mio padre e 3 cugini di mia madre. Parecchi miei conoscenti, miei ex colleghi in pensione come me, e medici che conoscevo sono morti”.

Il 9 marzo era arrivato frattanto il lockdown e Anna Maria si era ritrovata barricata in casa. Avvolta nel silenzio troppo spesso interrotto dalle sirene delle ambulanze, a lutto per la morte del padre, spaventata per le sorti del marito, la sua paura sarebbe divenuta terrore se lei non fosse riuscita a mantenersi lucida, a riempire il tempo, a cercare in tutti i modi di distrarsi rifiutando di vedere la televisione che 24 ore su 24 trasmetteva solo notizie sulla tragica evoluzione della pandemia.

“Penso che nelle zone d’Italia fortunatamente non colpite come la nostra la gente abbia avuto difficoltà a capire cosa stesse accadendo e credo che ancora oggi sia difficile per loro comprendere. In quel periodo, tanto per fare un esempio, mio figlio era a Roma, era al corrente di tutto e ciononostante continuava a ripetermi che nella capitale non si aveva la reale percezione della realtà che si viveva in Lombardia. Il Pronto Soccorso del nostro ospedale sembrava un campo di feriti di guerra. In troppi hanno visto uscire di casa i propri cari sopra le proprie gambe e non tornare mai più. La situazione stava precipitando, ma le industrie non chiudevano i battenti e gli interessi economici avevano la meglio sulla salute delle persone. Da ex infermiera sono convinta che i sanitari abbiano fatto tutto quanto fosse nelle loro possibilità per cercare di salvare vite umane, ma il nostro sistema sanitario è apparso in tutta la sua fragilità mentre si sarebbe dovuta decretare la zona rossa.

Il Governo, la Regione… Il Comune di Seriate che mi chiama dicendomi che dovevo stare in quarantena e che loro avrebbero inviato aiuti quando già, per fortuna, io e mio marito eravamo salvi… Insomma… Forse c’è da chiedersi quanto il virus abbia influito sul sistema economico e viceversa. La globalizzazione, le industrie intensive, il sovraffollamento nelle città che ormai tendono a essere metropoli, la facilità negli spostamenti: ritengo che tutto ciò abbia sicuramente influito sulla diffusione del coronavirus in Italia e nel mondo. Comunque sia, la mia storia oggi è questa: ho fatto l’esame sierologico, che è risultato negativo: io il COVID non l’ho avuto e non sono l’unica a essere stata a contatto con malati e non averlo preso. Adesso ogni cosa nella mia vita sembra tornata alla normalità. Qui a Seriate tutti portano la mascherina anche all’aperto. A me resta una grande ferita aperta: la mancata elaborazione del lutto. E nella mia memoria il ricordo dei camion militari stracolmi di salme, la chiesa del mio paese trasformata in deposito di corpi perché nei cimiteri non c’era più posto”.

Sul sistema sanitario della Lombardia e non solo di questa regione italiana, tanto si è discusso e tanto ci sarebbe da discutere soprattutto in merito al medico di base ridotto a mero burocrate-passacarte. Ricordiamoci, però, che laddove l’umanità ha vinto sulla burocrazia e forse anche sulle norme si sono verificati fatti davvero sorprendenti. Vogliamo citare il caso del dottor Riccardo Munda, 39enne siciliano, che ha raccontato la propria guerra al COVID-19 rilasciando un’intervista pubblicata su ilmanifesto.it il 24 settembre scorso. L’articolo, a firma di Andrea Capocci, narra di Munda che “assiste circa 1.400 pazienti in due ambulatori a Selvino e a Nembro in provincia di Bergamo, dove il numero di morti rispetto al 2019 è aumentato del 1000%”. Ciononostante nessuno dei pazienti di questo medico è stato ricoverato né è deceduto. Munda, che è solo “un sostituto provvisorio” non ha nemmeno una specializzazione: ha avuto solo il buon senso e lo spirito di medico che lo ha portato a recarsi tutti i giorni a casa dei suoi pazienti per prestar loro assistenza. Forse, come giustamente sottolinea lui stesso nell’intervista, “se i medici di base avessero visitato i pazienti e attivato per tempo l’assistenza domiciliare integrata con l’ossigenoterapia e un infermiere per la reidratazione, le persone si sarebbero salvate”.

Forse, aggiungiamo, in Italia è giunto il momento di riflettere seriamente su cosa fare della salute delle persone. Perché, teniamolo bene a mente: non esiste solo il COVID-19. La nostra sanità è precaria. I nostri medici, molti dei quali probabilmente fra i migliori del mondo, non sono messi nelle condizioni di essere umani e a volte neppure dottori. Non dimentichiamo che mentre il coronavirus mieteva le vittime della Fase 1, c’erano persone con patologie imponenti che hanno dovuto persino saltare gli appuntamenti per le TAC di controllo. Ricordiamoci che il COVID-19 non è la peste nera, ma che dobbiamo comunque rimanere in allerta perché il nostro sistema sanitario non ce l’ha fatta e non ce la farà se le cose dovessero mettersi davvero male.

Vista così, l’italiano è molto semplicemente un cittadino costretto a tentare di autoproteggersi e non solo dal coronavirus, dato che lo Stato non può garantirlo a pieno. Ma è giusto tutto questo per chi paga le tasse? No che non lo è. È giusto ritrovarsi prigionieri nelle proprie case durante un improvvisato seppur “inevitabile” lockdown perché i sistemi sanitari del mondo non sono preparati a un evento che imprevisto non era? No che non lo è. Che fare, dunque? Forse bisognerebbe ricominciare da capo, dai banchi di scuola, per costruire cittadini più consapevoli in grado di votare altre rappresentanze, o addirittura rappresentanze “altre”, che possano restituire dignità a un Paese, foss’anche unicamente in termini di salute pubblica. Sarebbe già una grande vittoria. Rappresentanze in grado di dire basta ai colossi della finanza e a un sistema economico che garantisce solo chi non ha bisogno di garanzie economiche. Questi, comunque, i dati che si registrano oggi nel nostro Paese: 334.000 i casi totali (3.677 in più rispetto a ieri); 235.000 le guarigioni; 36.061 i decessi (36.061 più di ieri).

Anna Maria Cortesi