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Comuntwist, cronaca borghese di una comunista fuori moda

“Scusa, ma stai registrando? “ chiede inquisitoria una ragazza. No, tranquilla, ti avrei chiesto il permesso prima. “No, sai, di bastardi ce ne sono stati qui”. Qui al Pinelli, intende. Al Teatro Liberato o Occupato (a seconda degli umori) Pinelli. Non ho i dreadlocks né le Dr. Marten’s ma riesco comunque a dialogare in tranquillità con i ragazzi presenti.

Che sono pochi, perché gli altri sono ad ascoltare un dibattito con Ninni Bruschetta sui teatri occupati in Italia. Dopo un minimo di sacrosanta diffidenza, prestano attenzione alle mie domande. Mentre spazzano i pavimenti e trasportano reti e materassi per allestire altri spazi-notte, mi mostrano i locali dell’ex teatro.

Gli ambienti sono tutti incredibilmente puliti (sicuramente molto più delle corsie del Policlinico), molte fotografie di discreta qualità, manifesti con aforismi calzanti, qualche scritta sui muri, ma ci sta. E’ severamente vietato fumare all’interno del teatro causa alta densità di bambini. C’è anche una sala stampa: con tanto di scrivania, notebook e dettagliato elenco dei portavoce sui social network.

Dove sta la differenza tra il loro progetto di gestione e un qualunque centro sociale occupato? Si accontentano di avere uno spazio da condividere con il gruppo dei pari, organizzare jam session e concerti, farsi una birra e qualche bomba? “Vogliamo restituire questo spazio alla città”.“Questa è filantropia qualunquista” ribatto. E riformulo: “Come ti vedi qui, tra sei mesi?”. Mi risponde Zoma, ventisei anni, grafico pubblicitario che passa la notte in teatro e al mattino va a lavorare. “Spero che, dopo aver organizzato un bel po’ di cose gratuite ed essere sopravvissuti solo grazie all’autofinanziamento ed

alle offerte, questo posto mi dia da lavorare. Sì, vorrei lavorare qui e guadagnare, è ovvio. Ci stiamo dando tempo, stiamo provando a far conoscere questa realtà. Speriamo che vada bene e che possa dare occupazione e lavoro”. “E se non andrà bene?”. Fa spallucce. “Se non va bene niente, continuerò il mio lavoro e me ne inventerò un altro, forse”.

Più o meno, sono tutti concordi nel vedere quest’esperienza del Pinelli come un’ipotesi produttiva, speranzosi in introiti futuri e nella creazione di una realtà filo-imprenditoriale. Infatti, insieme agli eventi più elitari e di nicchia, hanno cominciato a proporre concerti più commerciali, in modo da garantire una maggiore affluenza di pubblico pagante. “Nell’ottica di coinvolgere quante più persone possibile, non credete che il nome Pinelli possa influire negativamente?”. “Posso darti del tu? Parliamoci chiaro: ma secondo te, quante persone sanno chi era Pinelli?”.  Touché.

Come mai le forze dell’ordine non vi hanno ancora intimato lo sgombero? domando. “Ma perché ci sono le elezioni a breve! Se avessero voluto farci andare via o crearci qualche problema, sarebbe bastato staccare la corrente elettrica e la fornitura d’acqua. Lo sai che è venuto anche Crocetta?”. “E’ vero che i fascisti vi hanno rubato le biciclette?”. “Non solo. Ci hanno anche tirato delle bottiglie di vetro dalle finestre, per questo abbiamo dovuto mettere le grate. Non credo fossero fascisti. Sono ragazzi che vogliono solo fare casini e tirare tardi qui e s’incazzano quando noi dobbiamo chiudere”. A parlare è un ragazzo giovanissimo, con un’onda di capelli rossi come i miei. “Ma tu vivi qui, adesso?”. “Solo fino a stanotte, domani parto per Ravenna. Ho trovato un lavoro da magazziniere”.

Sono entrata al Pinelli indossando un sacco di preconcetti, convinta di trovare solo fancazzisti e punk’abestia. Non è stato così.