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Comunità di Base alla Prefettura: “I migranti sono un dono”

Duro atto di accusa della Comunità di Base di Messina alla Prefettura, accusata di controllare a vista gli immigrati che da settimane vivono al PalaNebiolo messo a disposizione dall’Università e di farli vivere in un regime di semi-detenzione, controllati a vista dalle forze dell’ordine.

Il movimento chiede l’apertura immediata di un tavolo di confronto con le associazioni di volontariato che si oppongono a questa sistemazione.

“Sono uomini (alcuni minori) di diversa provenienza, fuggiti dalla fame e dalla guerra, scampati alla strage del Mediterraneo, protesi verso la speranza di una vita più degna -scrivono i portavoce.

Noi, Comunità di base di Messina, cittadini come tutti, cristiani che si interrogano sulla Parola che emerge dalla storia, non possiamo tacere.

Il 2 novembre, commemorazione dei fratelli defunti, è stato memoria straziante anche delle centinaia di vite sepolte nella grande fossa comune del Mediterraneo, quei tanti morti senza volto inghiottiti dal mare”.

I viaggi della speranza di chi figge dalla guerra, dalla dittatura o dalla miseria, troppo spesso si trasformano in carneficine. Chi riesce a sopravvivere e ad arrivare in Italia è però giudicato colpevole e, grazie a una legge indecente come la Bossi-Fini che non è ancora stata eliminata e sostituita con una normativa degna di un Paese civile, accusato del reato di clandestinità.

“La nostra Italia criminalizza gli immigrati -dichiara ancora la Comunità di Base. La nostra Messina, nonostante la reazione dell’amministrazione e di parte della società civile, sta facendo altrettanto. La celebrazione della Festa delle Forze Armate ci impone oggi un’amara riflessione: siamo dentro un processo di progressiva e inquietante militarizzazione, la Sicilia è un avamposto di guerra, i migranti un “problema di ordine pubblico”.

I radar perlustrano le coste, l’operazione Mare Nostrum evoca il senso del possesso, non della condivisione di uno spazio comune. La questione delle migrazioni, da fatto che interpella la comunità accogliente sul piano etico e sociale, è via via diventata una voce nel capitolo delle spese militari.

I 120 migranti oggi in regime semi-detentivo al Palanebiolo non sono stati inseriti nel circuito del volontariato e dell’associazionismo. Sono invece controllati a vista, circondati di poliziotti. Quella che doveva essere una sistemazione provvisoria dura ormai da settimane.

Ci sono stati anni in cui in Italia si gridava all’invasione, per suscitare atteggiamenti xenofobi di rifiuto. Oggi invece, si è scelto di nascondere i migranti. Non conviene, evidentemente, mettere in luce la questione

dell’emergenza asilo. Probabilmente la grandezza del fenomeno ci inchioderebbe alle responsabilità che abbiamo nei conflitti e nei disastri economici planetari, ci farebbe sentire sulle spalle il peso di secoli di storia che hanno prostrato interi Paesi del Sud del mondo costringendo le popolazioni alla fame, alla sete, alla povertà, alla fuga.

Ma siamo sicuri che sia davvero questa l’unica via percorribile? Come possiamo non scandalizzarci di fronte ai business che si muovono attorno alle migrazioni? Come possiamo dimenticare che è il nostro modello di sviluppo a produrre le condizioni da cui queste persone sono costrette a fuggire?

Davvero crediamo che la repressione, il controllo, la detenzione rendano migliore la convivenza tra gli uomini? Sono tranquille, le nostre coscienze, nel sapere che al modello sociale, fatto di accoglienza e sostegno, si stia preferendo quello militare, in cui la persona non è vista nel proprio dramma e nella propria ricchezza, ma trattata come un pericolo o un ingombro?”.

La Comunità di Base di Messina sottolinea la linea seguita dall’amministrazione Accorinti, che ha subito cercato soluzioni alternative a quella attuale e che, tramite il sindaco, si è opposta fermamente alle tendopoli e ha ribadito la necessità di creare “centri di immigrazione idonei e decorosi a tutela dei diritti umani su tutto il territorio italiano”. A dire no alle scelte della Prefettura non solo l’Arci, che in una conferenza stampa ha denunciato le condizioni in cui vivono gli immigrati al PalaNebiolo, ma anche la Comunità di Sant’Egidio, altre associazioni di volontariato e singoli cittadini.

“Comunità di base di Messina -aggiungono ancora i portavoce del movimento- esprimiamo il nostro profondo dolore di fronte a queste vite strappate alla morte fisica per essere precipitate nella morte dell’invisibilità. Gridiamo la nostra indignazione nel vedere come all’accoglienza integrale e fiduciosa della persona si anteponga la retorica della sicurezza e della legalità.

Ci uniamo alle voci di chi ha denunciato la gravità di tale operazione e il permanere di simili condizioni e chiediamo che venga al più presto avviato il tavolo di confronto che varie associazioni e movimenti hanno proposto per individuare un percorso alternativo.

Chiediamo a ciascun cittadino messinese di guardare con senso critico al sistema perverso di cui facciamo parte e di aprire il cuore all’accoglienza piena di questi volti e di queste storie: nulla è immodificabile e unendo le nostre voci possiamo ancora fare in modo che la nostra città e il nostro Stato scelgano di trattare i migranti non come un pericolo o un disturbo, ma come una ricchezza e un dono”.