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Clochard, quelli invisibili per tutti

Clochard a piazza Cairoli

Vivono le nostre strade, fino in fondo, le respirano, annusandone i sapori cui spesso noi non facciamo caso. Un problema finora sottovalutato, quello di emarginati, vagabondi, clochard o, più comunemente, barboni.

Da tempo la situazione dei senza tetto in città è peggiorata sensibilmente. Basta ricordare l’inverno del 2009, quando due uomini sono morti di stenti e all’addiaccio. Quasi un paradosso per Messina, dove le giornate fredde non sono poi così tante.

O all’aprile 2008, quando Jerzy Laszcz, un polacco di 39 anni conosciuto da tutti come Giorgio, “uno dei tanto barboni” come scrissero alcuni giornali, che di solito sostava accanto lo SMA di viale San Martino, fu ucciso dai suoi stessi connazionali per 450 euro nella baracca piena di rifiuti dove viveva in via Gibilterra.

E l’elenco dei clochard morti a Messina non si ferma qui e nell’inverno 2009 altri due senzatetto, oltre a quelli già citati, trovano la morte a distanza di un mese l’uno dall’altro. E si ricorda soprattutto l’episodio di piazza Cairoli, quando il famoso trenino dell’Ato3 collocato di fronte all’Oviesse, una volta scassinato servì come alloggio per la notte alla seconda vittima che al freddo di quella notte non riuscì a sopravvivere.

Ma Messina continua ad ignorarli e questi “invisibili” vivono per la strada, in rifugi alla buona ricavati nei vari angoli della città. Tracce di alloggi di cartone si vedono di giorno in via Ugo Bassi o a piazza Fulci e anche via Catania, dove molti disperati fanno la spola tra Provinciale, la chiesa di

Santa Maria ed i supermercati vicini, sempre alla ricerca di alcool. Loro vivono un po’ dappertutto. Alla stazione, alla Marittima, in via Dei Mille, a Maregrosso, ma anche a Piazza Cairoli, dove non è difficile vedere giovanissimi che non esitano anche a sputare su queste persone, spesso inermi, ma comunque trattati da lebbrosi.

La loro è una scomoda realtà fatta di cartoni e di lotte per accaparrarsi il posto migliore per dormire, come le vetrine ancora vuote del primo binario della Stazione Centrale. E poi ci sono anche i vagoni ferroviari ad offrire un rifugio quando non si sa davvero dove andare.

Tavoli ed incontri istituzionali per discutere il problema ce ne sono stati, la creazione di un dormitorio comunale, soluzione utilizzata in moltissime città italiane, è ancora sulla carta.

 Nessuno sembra avere tempo per queste persone che vivono per la strada e a parte qualche eccezione (Cristo Re, Comunità di Sant’Egidio ed altre realtà simili) pare che a nessuno interessi davvero dare loro un valido aiuto fatto di recupero e di reintegrazione sociale nella vita di tutti i giorni. 

“In realtà -spiega l’assessore ai Servizi Sociali Dario Caroniti- ritengo che una struttura come il dormitorio comunale sia concettualmente superata. Con un gruppo di imprenditori stiamo invece lavorando ad un progetto che prevede la ristrutturazione di una quindicina di piccoli alloggi di 40 metri quadri da mettere a disposizione non solo dei clochard, ma anche di chi ha disagi momentanei o di famiglie con problemi limitati nel tempo. La cosa più difficile sarà impedire che chi entrerà per un breve periodo in queste strutture poi non se ne voglia più andare ed è su questo che stiamo studiando. Perché una realtà del genere quando sarà pronta dovrà essere a disposizione di chiunque ne abbia bisogno e non solo di pochi “privilegiati” che poi però non vanno più via”.