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Clinica Santa Rita, nessun futuro per i 53 lavoratori

La situazione dei lavoratori della clinica Santa Rita sembra essersi acutizzata negli ultimi giorni, in prossimità del fallimento definitivo della società che gestisce la struttura, previsto per l’8 marzo. In realtà, le difficoltà di questi lavoratori sono iniziate già dal settembre 2011 quando l’Asp 5 di Messina non ha più liquidato i pagamenti dovuti.

Cinquantatrè lavoratori hanno lavorato senza ricevere alcuna retribuzione per nove mesi da settembre 2011, fin quando il commissario Francesco Poli aveva disposto la sospensione lavorativa per carenze igienico-sanitarie a partire dal 5 giugno dello scorso anno. I lavoratori sono, quindi, finiti in cassa integrazione disposta fino a dicembre 2012.

Ma il fallimento dell’ATI Hospital Srl di Grazia Romano e Giovanni Pizzo, la società che detiene l’accreditamento per l’Asp 5, ha però determinato il blocco gli ammortizzatori sociali per i dipendenti, che non ne hanno diritto da ottobre 2012.

Una situazione di per sé disastrosa, alla quale si aggiunge anche che i mesi di cassa integrazione concessi, da giugno ad ottobre 2012, non sono stati ancora liquidati. Un vero e proprio incubo per i dipendenti, che da oltre 16 mesi non vedono un centesimo mentre la trattativa è stata posta all’attenzione dell’assessore regionale Lucia Borsellino lo scorso 14 gennaio.

Quest’ultima ha sollecitato un tavolo prefettizio per trovare una soluzione, facendo presente di aver congelato l’aggregato di spesa della clinica per poter consentire alla proprietà della clinica di riprendere l’attività. La società che possiede la struttura, però, non si dice disposta a mantenere tutti e 53 i lavoratori.

“Non abbiamo alcuna certezza -lamenta Tindara T, 33 anni. Io ho lavorato per otto anni alla clinica. Anche in cassa integrazione non abbiamo visto un soldo. Io sono sposata e ho una bambina, fortunatamente viviamo con i miei genitori che ci aiutano ad andare avanti ma non posso adagiarmi sul fatto che ci sono loro. L’8 marzo ci sarà il fallimento definitivo della società e speriamo che ci sia il passaggio ad una nuova società, la Santa Rita Srl, ma questo dipende da cosa decideranno con il prefetto. Non abbiamo neanche la possibilità di cercarci un altro lavoro perché non siamo formalmente licenziati e onestamente qua a Messina non si trova niente, neanche ad ore”.

Il problema del ricollocamento preoccupa non poco i lavoratori che da ottobre, quando è loro scaduta la cassa integrazione, non hanno notizie sul loro futuro ma sono ormai convinti del prossimo licenziamento. “Ho 43 anni. Potrei anche essere il più bravo del mondo, ma so già che non troverò un ricollocamento -dice con rassegnazione Orazio B, padre di due figli. Per i giovani ci sono sgravi fiscali e sicuramente saranno privilegiati. Il problema non è soltanto contingente, è il futuro che non ha prospettive. Anche qualora riuscissimo ad avere assegnata la disoccupazione, il problema sarebbe risolto solo momentaneamente”. E continua: “Non siamo stati uniti e non abbiamo fatto nessuna azione eclatante che potesse

accendere l’attenzione sulla nostra situazione. Non abbiamo agito quando si è scatenato il problema a giugno, non vedo cosa possiamo risolvere adesso. Dovevamo procedere subito all’occupazione e dare visibilità alla nostra causa. Adesso c’è solo scoramento”.

I dipendenti della clinica Santa Rita non hanno avuto l’appoggio delle istituzioni quando la struttura è stata chiusa e quando hanno terminato il periodo di cassa integrazione. “La cosa più brutta di quanto c’è successo è che in Prefettura non ci ha neanche ricevuti -racconta Francesca Z., 31 anni. Non sappiamo che fare, se andremo all’inferno o in paradiso. Vogliamo credere che ci sia ancora una speranza e che si ricorra alla soluzione di dirottarci dalla società alla struttura. Ovviamente stiamo cercando altre occupazioni, ma noi siamo identificati con chi ha fatto fallire una clinica quando i responsabili sono ben altri e noi ne subiamo le conseguenze. Io avevo colleghi che passavano piangendo intere giornate per la situazione gravissima in cui erano quando lavoravamo e non ci davano gli stipendi. Per quel che mi riguarda ho dovuto bloccare il mutuo e ho dovuto rimandare il mio matrimonio perché non abbiamo alcuna certezza”.

E’ proprio sulla vita delle persone che si riversa l’incertezza lavorativa. E’ difficile fare progetti, proiettare le proprie azioni nel futuro. L’instabilità non solo economica, ma anche psicologica che vivono i lavoratori, sospesi senza nessuna assicurazione sul loro futuro lavorativo, inevitabilmente incide sulle scelte di vita.

“Mi sono sposata perché avevo un lavoro. Vorrei avere figli, ma non posso perché questa condizione lavorativa non me lo consente -conferma Nadia B., 28 anni. Anche se riuscissi a rientrare in servizio, dovrei aspettare altri tre mesi per ottenere la maternità. Siamo nella disperazione fin sopra i capelli, prima che fossi io in cassa integrazione, lo era anche mio marito. Abbiamo chiesto prestiti, dobbiamo pagare l’affitto, le rate della macchina. Veramente non ci spieghiamo perché abbiano chiuso la clinica. Tutto funzionava e avevamo talmente tanti pazienti che ci sarebbe potuta essere una lista d’attesa lunghissima”.

Tutto si ripercuote anche sulle famiglie, ovviamente. “ Io ho due bambini, di 10 e sei anni, hanno le loro esigenze -racconta Stefano B. 47 anni. Sono piccoli e non possono capire il problema né lo si può far pesare a loro. Mi aiutano mia madre con la sua pensione e mio fratello. Non sappiamo a chi rivolgerci, all’INPS sembra che ancora non ci sia alcun mandato di pagamento della nostra cassa integrazione. Fortunatamente non è il mio caso, ma la gente fa pazzie quando si vede mancare il terreno sotto i piedi. Ci si mangia l’un l’altro. Probabilmente la colpa è anche nostra che non abbiamo agito per tempo, speravamo che prima o poi qualcuno comprasse la clinica. Sono convinto che arriveremo al licenziamento. C’è molta rabbia perché non ci sono prospettive”.

Per capire cosa ne sarà dei 53 dipendenti della clinica bisognerà attendere che la Prefettura si occupi di loro. Sempre che un anno e mezzo di incertezze si possa considerare sufficiente per definire prioritaria la loro situazione.

Francesca Duca

Ventinovenne, aspirante giornalista, docente, speaker radiofonica. Dopo una breve parentesi a Chicago, torna a preferire le acque blu dello Stretto a quelle del lago Michigan. In redazione si è aggiudicata il titolo di "Nostra signora degli ultimi" per interviste e approfondimenti su tematiche sociali che riguardano anziani, immigrati, diritti civili e dell'infanzia.Ultimamente si è cimentata in analisi politiche sulle vicende che animano i corridoi di Palazzo Zanca.