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Chiude “Il cerchio d’oro” e per gli anoressici resta solo l’ospedale

Una famosa campagna pubblicitaria contro l'anoressia

Costa solo 140 mila euro l’anno, ma l’ASP 5 ha deciso di chiuderlo. Dal 2004 il centro “Il cerchio d’oro” assiste le persone con disturbi alimentari. Una patologia spesso sottovalutata ma che, come nel caso dell’anoressia, può portare alla morte. In undici tra psichiatri, nutrizionisti, psicologi e infermieri lottano giorno dopo giorno per riportare i pazienti, soprattutto donne, alla vita anche se il fenomeno inizia a riguardare pure gli uomini.

Ma dal 12 novembre non sarà più così. Il Centro diurno inaugurato a gennaio scorso chiuderà e molto probabilmente si fermerà anche l’attività dell’ambulatorio, visto che alla dottoressa Rossana Mangiapane, la psichiatra che coordina le attività del centro, potrà contare solo sull’aiuto di un infermiere e di un tecnico nutrizionista, cui si aggiungerà una volta la settimana anche un consulente nutrizionale.

Troppo pochi per assistere le oltre 200 persone che si rivolgono alla struttura, che dopo 8 anni di attività è costretta a fermarsi per mancanza di fondi.

Da mesi gli operatori del centro cercano di contattare il commissario straordinario dell’ASP 5 Manlio Magistri, ma da quanto raccontano gli appuntamenti sono continuamente rinviati. Ci abbiamo provato anche noi, ma il suo cellulare è staccato.

L’attività del centro è legata ad un progetto regionale che scadrà a dicembre. A gennaio dovrebbe quindi subentrare l’ASP 5 e pagare di tasca propria il servizio, ma sembra che le intenzioni dei vertici siano invece quelle di smantellarlo. Servizio che, ripetiamo, costa 140 mila euro l’anno e assiste più di 200 persone, a fronte dei 30-40 mila euro che si spendono per i singoli ricoveri (in media durano 6 mesi) nelle strutture ospedaliere.

Perché di anoressia si muore, anche se la maggior parte delle persone pensa che sia un problema facilmente risolvibile. Basta mangiare. E invece no. Perché chi sprofonda nel tunnel dei disturbi alimentari ha bisogno di essere accompagnato passo dopo passo per ricominciare a vivere e, quindi a nutrirsi.

Uno dei lavori realizzati dai pazienti del centro

A maggio dell’anno scorso una giovane donna è morta di anoressia al Policlinico. Ma per una che non ce l’ha fatta, ce ne sono centinaia di altre che sono riuscite a venirne fuori. Quello che deve essere chiaro è che da sole non è possibile. Ecco perché una struttura come “Il cerchio d’oro” l’unica del genere da Napoli in giù, deve essere salvata a tutti i costi. Anche perché in Italia i blog che ti insegnano a non mangiare sono numerosissimi e diversamente da Paesi come Francia e Spagna non sono illegali. Ragazzine, ma anche donne, ossessionate dal proprio aspetto trovano consigli devastanti su come sopravvivere con poche centinaia di calorie al giorno. Basta dare un’occhiata ai blog per capire la gravità e la vastità del problema.

Anche perché, i disturbi alimentari non si limitano all’anoressia ed alla bulimia. A queste due categorie, le più conosciute, fa da corredo una gamma di patologie altrettanto gravi anche se meno evidenti e, forse proprio per questo, più pericolose perché più difficili da individuare se non da un esperto.

Nel centro lavorano 11 professionisti, ma per coprire le esigenze del territorio ne servirebbero almeno il doppio. Uno degli aspetti più difficili è infatti il sommerso enorme di chi non sa o non vuole riconoscere di essere malato. E i numeri forniti dal centro danno seriamente da pensare. Facendo una media con i dati nazionali, nella fascia di età compresa tra i 18 ed i 70 anni in provincia di Messina lo 0,5 per cento della popolazione è anoressico, l’1 per cento è bulimico ed il 6 per cento soffre di disturbi di natura alimentare

Tra l’altro, fino ad ora hanno potuto usufruire dei servizi del centro solo i pazienti dai 16 anni in su, ma già dall’anno scorso si stava lavorando ad un progetto di neuropsichiatria infantile perché l’età in cui si inizia a manifestare i problemi connessi all’alimentazione è sempre più bassa e molto spesso si attesta intorno ai 12 anni. Adesso di tutto questo lavoro non resterà più nulla, anche se si spera in un cambio di rotta dal nuovo Governo regionale.

Ad aggravare il problema della cura di questi pazienti quando non sono assistiti da una struttura specifica, contribuisce anche il fatto che per i casi più gravi non esistono negli ospedali dei posti letto destinati solo a loro. Quando li si ricovera in una struttura ospedaliera, i malati sono destinati al reparto che cura la patologia che li ha portati là, ma non la causa che l’ha provocata.

Ma il supporto del centro è fondamentale anche perché seguire in famiglia chi ha problemi con il cibo spesso è complicato. Per i professionisti del settore anche far mangiare 30 grammi di pasta senza difficoltà è un grande risultato, ma in ambito familiare magari si tende a pensare che non sia sufficiente e questo atteggiamento può comportare difficoltà nella gestione della cura.

Una delle pareti de "Il cerchio d'oro"

E il problema non riguarda solo le adolescenti insoddisfatte. A Messina ci sono famiglie in cui non solo la figlia, ma anche la madre è anoressica. In un caso anche la nonna. I disturbi alimentari rappresentano la contraddizione tipica della società. Da un lato si lotta contro l’obesità, mentre dall’altro si cerca di salvare chi mangia pochissimo. Si è bombardati dal messaggio che l’essere magre significhi automaticamente essere belle. E così le ragazze più fragili rimangono intrappolate in questi schemi e non riescono ad essere se stesse, rifugiandosi in un’omologazione che dà sicurezza.

Nato nel 2004 come progetto sperimentale, dopo tre anni “Il Cerchio d’oro” si è trasformato in un ambulatorio a tutti gli effetti. Niente spazi squallidi e respingenti tipici della sanità pubblica italiana. Nei locali del Sant’Angelo dei Rossi ci sono tinte delicate e allegre, spazi dedicati all’ascolto e alle attività di gruppo e le foto dei momenti vissuti insieme.

Oltre alla dottoressa Mangiapane, fino ad oggi hanno lavorato nel centro due dietisti, un infermiere, due psicologi, tre tecnici della riabilitazione psichiatrica, un nutrizionista ed uno psichiatra. Aperto 8 anni fa come servizio part-time, quasi come un test per capire quali fossero le reali esigenze del territorio, le risposte sono state immediate. Al punto che nel 2007 si è passati all’apertura 5 giorni su 7 e due volte la settimana anche di pomeriggio. In tutti questi anni sono passati dal centro oltre 500 pazienti, la maggior parte dei quali dalla zona nebroidea. In media si curano 150 persone l’anno, il 30 per cento proviene dalla provincia e sempre il 30 per cento è al di sotto dei 20 anni. La guarigione completa arriva nel 60 per cento dei casi.