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Cariddi, un relitto con il destino della caravella

Lillo Centorrino sulla Cariddi c’è cresciuto. Suo padre Saro è stato l’ultimo comandante della nave più famosa dello Stretto e alcuni anni fa se n’è andato prima di lei. Risparmiandosi la sofferenza di vederla affondare, ma non quella di averla vista andare in rovina giorno dopo giorno. Quello che segue, è un contributo di Lillo raccolto dalla nostra Valeria Centorrino.

Prendere in considerazione la “Cariddi” potrebbe sembrare ormai retrò. Addetti ai lavori, amatori e cittadini hanno vissuto in modo diverso le avventure/disavventure della nave traghetto più chiacchierata della storia delle Ferrovie dello Stato di Messina.

Varata nel 1932 presso i Cantieri Navali Riuniti dell’Adriatico di Trieste, destinata all’attraversamento dello Stretto di Messina e adibita al trasporto di carri ferroviari. Giunta a Messina prese il posto come ammiraglia della flotta FS della sua gemella “Scilla”, più anziana e diversa. La Cariddi infatti, era mossa da un avveniristico motore diesel-elettrico che avrebbe potuto illuminare l’intera città qualora ce ne fosse stato il bisogno.

Fino al 1943 la nave svolse il suo ruolo di ferry boat, condividendolo con la Scilla, la Mongibello, l’Aspromonte e la Villa. Ma nell’agosto di quell’anno, per impedire che il materiale bellico contenuto al suo interno cadesse in mano degli alleati (ormai alle porte della città provenienti da Gela) fu autoaffondata con tutto il prezioso carico nelle acque della rada di Paradiso.

Il recupero della nave, non privo di difficoltà, avvenne dopo 6 anni. Dapprima fu liberata dal carico e poi fu riportata a galla grazie ad un sistema di cilindri stabilizzatori della ditta Weigert di Messina. La Cariddi, tornata a galleggiare, si presentò agli occhi dei cittadini presenti quasi completamente capovolta e ci vollero altri 5 mesi per riportarla dritta e recuperarne gli interni.

Tenuto conto delle ancora buone condizioni dello scafo e delle strutture portanti, si ritenne opportuno progettarne il ritorno al più presto alla sua naturale destinazione. La nave fu così sottoposta ad ulteriori lavori tra La Spezia (lo scafo fu tagliato in due tronconi per consentirne l’allungamento) e Riva Trigoso dove si aumentò il numero dei binari (da 3 a 4) aumentando la capacità di carico dei carri ferroviari, si creò una sovrastruttura prodiera (castello) sulla quale si potevano caricare fino a 15 auto, fu installato un nuovo sistema di propulsione e fu posizionato un secondo fumaiolo. Cosa questa, che contraddistinse la nave fino alla fine dei suoi giorni.

La Cariddi fu rimessa in mare nell’ottobre del 1953 e dalle acque liguri giunse nuovamente nello Stretto il 27 novembre 1953 e riprese regolarmente servizio tra le due sponde il 30 dicembre. Da allora , nonostante gli arrivi di sempre più nuove e moderne unità, la Cariddi ha deliziato gli occhi dei vecchi marittimi con quel suo profilo unico: la “bocca” di prua aperta, i due fumaioli e le stupende rifiniture interne. Alla fine degli anni ’80 però, iniziò il declino di questa splendida creatura.

Con l’avvento delle navi bidirezionali (le zattere con propulsione a pale verticali Voith-Schneider) la Cariddi fu impiegata sempre meno fino ad una forzata e prolungata giacenza nel porto di Reggio Calabria dove, con personale ridotto, era quotidianamente messa in moto per garantire la funzionalità dei motori elettrici. Nel periodo in cui iniziò a prendere voce la possibilità di mettere in disarmo l’unità (cosa che poi avvenne nel 1991) in tanti proposero di continuare ad utilizzare la Cariddi per fini socio-culturali. Tra questi, anche la Fondazione del Museo Cousteau del Principato di Monaco, che offrì al gruppo FS quasi 2 miliardi delle vecchie lire per acquistare la nave e farne un museo del mare itinerante. La risposta delle FS fu negativa. La nave, date le caratteristiche dell’apparato motore, era “patrimonio da salvaguardare” e non poteva essere assolutamente ceduta. Da li a poco invece, sarebbe avvenuta la disfatta “totale”.

Se i vertici politico-amministrativi della città avessero avuto la modestia e la fiducia di credere nella Cariddi come patrimonio marinaro, non l’avrebbero persa di vista un solo minuto. I progetti e le proposte ascoltati allora furono molteplici: da nave scuola (immaginate un Istituto Tecnico Nautico galleggiante ed itinerante? In Inghilterra gli allievi nautici beneficiavano dell’”Uganda”, una vecchia nave ospedale della seconda guerra mondiale che ospitava 1500 allievi che effettuavano periodicamente delle lunghe crociere d’istruzione oltre che delle lezioni a bordo) a museo del mare o sala congressi o ristorante galleggiante (immaginiamola posizionata in uno dei laghi di Ganzirri o al riparo nella rada di Paradiso…)

Quello che successe è invece storia più recente. Una storia piena di disattenzioni, incuria e sperpero di denaro pubblico che, sommati ad una cattiva conoscenza della materia, hanno permesso che un gioiello come la Cariddi finisse in fondo al mare!

Dopo essere stata collocata in disarmo nel novembre 1991, la nave faceva gola a diverse associazioni (Compagnia del Mare, Cooperativa Centro Servizi Cariddi, Associazione Marinara Capitani di Lungo Corso, Meter e Miles) ma dovettero passare tutte al vaglio della Provincia Regionale che, con un atto a sorpresa, si vide aggiudicare la Cariddi dalle FF.SS. corrispondendo a questa una somma che non superò i 200 milioni di lire. Da notare che la rottamazione valutata al minimo era di 250 milioni.

Da quel momento in poi e fino all’affondamento, l’Ente Provincia dovette pagare equipaggio, ormeggi, cantieri e vigilanza senza mai trarne profitto o prendere iniziative tali da rivalorizzare la nave. Nel frattempo, tra incendi e saccheggi, iniziò un lento declino senza che nessuno garantisse alcun tipo di manutenzione. Tra il 13 ed il 14 marzo 2006, “lei” decide di togliere il disturbo. Si adagia mollemente sul fondale della rada di San Francesco tra i 20 ed i 30 metri di profondità, sotto gli occhi lucidi di pianto di chi era abituato a vederla lì, quasi a guardia dell’imboccatura del porto.

Sono il figlio dell’ultimo comandante della Cariddi. Il sentimento che provo nel raccontare del “Cariddazzu” (così lo chiamava mio padre, Saro Centorrino) è legato a ricordi e testimonianze autentiche. La nave traghetto Cariddi avrebbe potuto essere, per una buona parte dei giovani marittimi messinesi, come la Nina, la Pinta o la Santa Maria e avrebbe certamente permesso di scoprire altre realtà professionali da noi ancora distanti. L’indolenza e l’ignoranza della nostra classe dirigente, hanno fatto affondare un sogno.