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Caravaggio e Messina

"La resurrezione di Lazzaro" di Caravaggio

In estate si sa, il grado di attenzione della popolazione, già carente, scende sottozero. Chi ha la casa a mare scappa via e non ritorna prima di un paio di mesi. Così avviene che una delle poche cose di cui ci si può vantare, come il restauro de “La resurrezione di Lazzaro” di Caravaggio, in mostra dal 26 luglio al 25 novembre, rischia di passare inosservata. Uno dei capolavori del Museo Regionale è finalmente visibile in tutto il suo splendore e meglio di tutti gli altri dipinti del periodo messinese di Caravaggio simboleggia quanto il soggiorno nella città dello Stretto sia stato importante per il pittore.

Commissionato dal commerciante genovese Giovan Battista de Lazzeri per la chiesa dei Padri Crociferi di Messina, raffigura l’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro, soggetto preso non a caso, ma probabilmente ispirato dallo stesso cognome del committente. A questo dipinto tra l’altro è associato un singolare aneddoto, raccontato dall’erudito messinese Susinno, secondo cui il Merisi si fece assegnare una stanza dell’ospedale cittadino pretendendo di avere a modello un vero cadavere. La cosa provocò poi non pochi risentimenti da parte dei facchini incaricati di sorreggere il lugubre carico.

Inoltre, di fronte allo scarso entusiasmo dimostrato dalla famiglia del committente verso l’opera ultimata, Caravaggio stesso l’avrebbe sfregiata con un pugnale salvo poi ripararla e correggerla. Un capolavoro del genere pare trovarsi perfettamente nell’ambiguo mosaico artistico e culturale della nostra città: esso doveva essere un inno alla gioia e alla vita e invece non sembra altro che un ulteriore approfondimento dell’idea della morte da parte del pittore. Lazzaro è tutto fuorché un uomo simbolo di felicità, ma anzi è emblematico di una lotta continua contro la morte, disperata e chiaramente persa, dell’uomo moderno che ha sempre meno sicurezze. E un singolare parallelo si può fare con il vivere quotidiano di Messina. Perché la “messinesità” è anche questo: dare un’impressione superficiale di vitalità e magari di voglia di cambiamento, ma all’atto pratico non riuscire a staccarsi dalle paure più elementari e, allo stesso tempo, più profonde.