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Bob Dylan, una Tempesta d’altri tempi

C’è poco da fare. Passano gli anni, ma la verve e l’ispirazione di Bob Dylan sono immutate. E per uno come lui che di vita ne ha vissuta e vista abbastanza non è certo facile. Fedele sino all’ultimo al suo stile inconfondibile, questo album è apocalittico, cattivo, arrabbiato. Dal rosso scarlatto della copertina alla data di pubblicazione (11 settembre) ogni cosa non sembra casuale. “Puoi chiamarmi giocatore d’azzardo o mezzano, non sono nessuno dei due” canta il vecchio Bob nella canzone d’apertura del disco “Duquesne whistle”, uno swing  “d’epoca e nostalgico” in cui la voce di Dylan suona maledettamente come quella di un Louis Armstrong d’annata.

Al di là delle ballate dylaniane che ci si aspetterebbe in un suo disco, condite da quell’arrabbiatura colma però di positivismo e speranza “My heart is cheerful, it’s never fearful” (Soon after midnight)  i pezzi forti di questo “The Tempest” sono senza ombra di dubbio “Pay in blood”, “Scarlet town”, “Tin Angel” e ovviamente “The Tempest” omonima.

Scarlet town  richiama o ispira il rosso scarlatto della copertina. Perfetto specchio dell’era di oggi, di un mondo diviso tra il bene ed il male, tra l’essere e l’apparire.

“In Scarlet Town, the end is near, The Seven Wonders of the World are here.
The evil and the good livin’ side by side. All human forms seem glorified.
Put your heart on a platter and see who will bite”

Che dire di queste liriche ? Non sfigurano certo con altri contesti poetici e letterari. “La fine è vicina a Scarlet town, le sette meraviglie del mondo son qui. Il bene ed il male vivono fianco a fianco. Tutte le forme umane sembrano glorificate. Metti il cuore in un vassoio e vedrai chi lo morderà”.

Perfettamente odierno e condivisibile in un mondo che presenta ormai così evidente questa spaccatura tra il bene ed il male, tra la ricchezza e la povertà (non solo economica ma anche d’animo). E siamo tutti in fila per offrirci in pasto al prossimo o mordere persino chi ci sta accanto per i nostri meri interessi.

Ma l’errore sta sempre dietro l’angolo. E la speranza è la prima a lasciarsi portar via. Così canta con voce sporchissima in “Pay in blood”:

“Night after night, day after day, they strip your useless hopes away. The more I take the more I give, the more I die the more I live”.

E che dire del brano che dà il titolo all’intero album, “The Tempest”? Più di  40 strofe per oltre 14 minuti di canzone. Ballata folk in cui Dylan canta della tragedia del Titanic. Gli ultimi forsennati e tremendi minuti prima della fine.

Tin Angel rivestita di un ritmo accattivante, lento, costante e sincopato. Spaccati di vita bassa, picaresca, tra sputi, sangue, vendette, addii, prevaricazioni e dignità calpestate e riconquistate. Questo è il mondo di Dylan e del suo “The Tempest”.

Un disco destinato a diventare un classico della sua infinita discografia. Forse al pari di “Modern times” se non addirittura migliore. Più variegato musicalmente. Produzione impeccabile.

E così come il Titanic affonda in “The Tempest”, sicuri che Dylan non parli del nostro mondo e di noi stessi? Stiamo affogando sempre più nell’oceano del materialismo  e della cupidigia.

Non ci sarà alcun appiglio o forse sì? Magari Bob ce ne parlerà nel prossimo disco.