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Benvenuti a Camelot, regno di bellezza e libertà

 
Il primo murales realizzato al Centro Camelot

Kalòs kai agathòs, dicevano i Greci. Bellezza e bontà. Poi il concetto di kalòs deve essersi perso da qualche parte e anche quello di agathòs, da solo, si è svuotato di significato. Però Fabrizio De Andrè diceva che “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”. E così, in uno dei luoghi simbolo del dolore e dell’orrore di Messina come il “Lorenzo Mandalari”, uno dei più grossi manicomi del Meridione fino a quando non lo chiusero, è stato aperto il Centro Camelot. Che è nato e risorto più volte dopo la chiusura ufficiale della struttura come luogo di ricovero dei malati di mente nella primavera del 1998 e che adesso è un punto di riferimento non solo per i pazienti, ma anche per gli addetti ai lavori del settore, che là organizzano convegni ed eventi formativi. “Mi ricordo quando ho messo piede la prima volta al Mandalari -racconta Matteo Allone, psichiatra e responsabile del Centro Camelot. Venivo dalla ricerca universitaria e il primo giorno mi sono presentato in giacca e cravatta. Mi sono bastati meno di 10 minuti per capire che era un abbigliamento totalmente fuori luogo”. 

Il Mandalari della fine degli anni Ottanta era l’inferno di cui si sussurrava e dove si nascondeva tutto ciò di cui ci si vergognava. Strutture fatiscenti, luride e assolutamente inadeguate. Camerate enormi, con decine e decine di pazienti messi insieme nello stesso stanzone, indipendentemente dalla patologia. E così, magari, un ragazzo ricoverato per una depressione si ritrovava accanto ad uno schizofrenico grave. Personale insufficiente e, nel migliore dei casi, inadeguato e raramente preparato. Nel peggiore, appartenente o comunque collegato alle famiglie mafiose della zona, che in cambio di una percentuale sugli stipendi gestivano anche parte delle assunzioni. Del resto, basta scorrere i vecchi elenchi dei dipendenti del Mandalari, per vedere i cognomi di determinate famiglie ricorrere più e più volte.      

“Se esistesse una situazione del genere davvero non lo so -dichiara Allone. Quello che però ricordo bene è l’odore dell’ospedale in quegli anni. Un odore che sembrava fortissimo il lunedì mattina, quando iniziavamo a lavorare, ed al quale ci si assuefaceva man mano che si andava avanti nei giorni, per poi ricominciare quando staccavamo la domenica. È vero che c’era una situazione di degrado, ma è anche vero che di solito ogni centinaio di pazienti (e allora si superavano anche i 400 ricoveri) c’erano non più di un medico e di tre-quattro infermieri per turno. Operavamo in un contesto insostenibile da gestire. Di notte i pazienti si liberavano direttamente sul pavimento e la mattina, gli inservienti del primo turno entravano con le pompe per pulire il pavimento, che era dotato di alcuni scarichi dove defluiva tutto. Ma la cosa peggiore è che i ricoverati passavano le giornate senza fare assolutamente nulla e le ore erano scandite soltanto dal pranzo e dalla cena”. 

Innamorato delle teorie di James Hillman, uno psocologo analista junghiano che sosteneva che bisognava portare Afrodite nei luoghi di cura, Allone decide di portare un po’ di bellezza in quell’inferno del quale tutti si vergognavano. Sotto la propria responsabilità e contro lo scetticismo di molti, grazie anche all’aiuto della Fondazione Bonino Pulejo che fornisce tutto il

materiale necessario, inizia a coinvolgere i pazienti in attività artistiche nelle quali ciascuno può esprimere la propria creatività come meglio crede. Quadri, sculture, murales, recitazione e arti visive: qualunque cosa va bene pur di riportare la vita in un luogo che sembra fatto solo per vegetare in attesa di una morte liberatrice. I bagni nel ghiaccio, la trapanazione del cranio, l’elettroshock (utilizzato fino alla fine degli anni ’70) diventano solo un ricordo.  

“La dimensione etica e quella estetica sono fondamentali -spiega ancora Allone- e vanno di pari passo . I luoghi di cura psichiatrici sono sempre stati brutti e sudici e qui, insieme ai miei studenti e agli altri colleghi, abbiamo cercato di portare un po’ di bellezza e, soprattutto, di aprirlo all’esterno. Quando sono arrivato la prima volta mi hanno fatto entrare e poi hanno chiuso la porta dietro di me con una chiave antica, pesante. Ci sono voluti anni per far passare il concetto che dovevamo aprirci verso l’esterno, che non bisognava sbarrare le porte e che la gente “di fuori” doveva poter entrare e vedere quello che facevamo. Adesso invece è tutto aperto e nessuno si sognerebbe di rubare o portare via alcunché. Ci sono artisti che espongono al Camelot e che lasciano qui le loro opere senza problemi, la porta della mia stanza è sempre aperta e tutti hanno fatto proprio il concetto che se una cosa la lasciamo qui ne godiamo tutti, ma se ce la portiamo a casa ne può beneficiare una sola persona. Certo, se mi guardo indietro, abbiamo fatto molta strada da quando il Mandalari in quanto manicomio ha chiuso ed è rinato come una delle tante strutture di assistenza psichiatrica dislocate sul territorio. A spingere in questo senso è stato l’allora direttore generale dell’AUSL 5, Francesco Poli, che da questo punto di vista ci ha dato davvero una grossa mano perché credeva nella legge Basaglia e nella chiusura dei manicomi”.

 E così, dove una volta c’erano pareti scrostate e imbrattate di escrementi adesso ci sono murales pieni di vita. Dove c’erano gli stanzoni che risuonavano delle urla dei pazienti adesso ci sono luoghi dove ci si incontra e ci si racconta. Dove c’erano gli sguardi fissi nel vuoto ad aspettare il nulla adesso ci sono persone che guardano un film, lo commentano e tirano fuori una parte di sé che con generosità condividono con gli altri. 

Quando il Mandalari chiuse i battenti nel ’98, si cercò di riportare tutti i pazienti il più possibile vicino a casa. Oggi, l’ASP 5 può contare su 14 villette dette “Star” che ospitano 6 pazienti ciascuna, su 3 strutture residenziali con 20 posti per ognuna, su 6 ambulatori in città e su molte altre strutture periferiche collegate a questi e sparse nell’intera provincia. I pazienti assistiti sono 15.400 e ogni anno le diverse strutture dell’ASP erogano oltre 150 mila prestazioni. 

“Il Centro Camelot è una delle nostre strutture provinciali -dichiara Biagio Gennaro, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’ASP5- e ci siamo impegnati a fondo perché si cancellasse la memoria del Mandalari come manicomio. Non a caso, adesso i locali ospitano molti uffici di altro genere, mentre il Camelot è una realtà che primeggia per l’attività semi residenziale, per gli stimoli che dà e perché i pazienti non sono trattati da “diversi”. È un centro che dà molto di più di quanto ci sia in altre città e vorremmo ripetere quest’esperienza anche altrove”.