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Attualità. Legami familiari e libertà di stampa: il rettore Navarra minaccia i giornalisti

Il rettore Pietro Navarra

MESSINA. Inizia male, molto male, la campagna elettorale del rettore dell’Università di Messina Pietro Navarra. Vanificando in un paio di minuti, giusto il tempo della lettura di una nota inviata alla stampa, decenni di buone relazioni, il nostro, candidato del PD alla Camera alle Politiche di marzo, minaccia di querela chiunque ricordi o riporti dichiarazioni relative al suo stretto legame di parentela con il boss mafioso Michele Navarra, mandante, tra gli altri, dell’atroce omicidio del sindacalista Placido Rizzotto. Pietra dello scandalo, le dichiarazioni dell’ex presidente della Regione Rosario Crocetta, che la propria esclusione dalle liste non l’ha mandata giù. Pare che gli fosse stato promesso un posto nella lista di Messina, poi passato a Navarra. “Invece lì Renzi ha preferito schierare il rettore Navarra, nipote del capomafia di Corleone. Quelli ormai sono i riferimenti del PD” ha dichiarato un Crocetta più furibondo che mai.

La parentela tra il rettore e il capomafia, ucciso in un agguato dieci anni prima della nascita del nipote, è sempre stato il segreto di Pulcinella, visto che era cosa ben nota a tutti. Stupisce quindi il tono del comunicato stampa inviato da Navarra in persona, che minaccia di trascinare in tribunale chiunque scavi nel suo passato familiare, soprattutto sul fratello del padre.

“Noto con rammarico che, addirittura prima ancora dell’inizio della campagna elettorale, personaggi protagonisti del recente passato politico hanno rilasciato dichiarazioni infamanti nei miei confronti, con riferimento alla vicenda che vide coinvolto mio zio -scrive il candidato del PD. Affermazioni ingiuriose, rilanciate da alcuni organi di stampa. Premetto che la mia posizione su questo argomento è ben nota da tempo: si parla di persone morte prima della mia nascita e ogni collegamento non può che rappresentare una volgare strumentalizzazione. Non sono, però, disposto a tollerare ulteriori attacchi su tali temi. Con estrema chiarezza, pertanto, puntualizzo che presenterò querela contro chi rilascerà dichiarazioni di questo tipo e nei confronti delle testate che daranno spazio a simili considerazioni“.

Due considerazioni. La prima, è che nessuno può mettere il bavaglio alla stampa se scrive cose vere e acclarate, per quanto scomode. I parenti non ce li scegliamo, gli amici sì, facciamocene tutti una ragione. La seconda, è che parlare di vicenda invece che di agguato mafioso, citare lo zio ma senza farne il nome, scrivere che il capomafia in questione è morto prima della della propria nascita sa tanto di arrampicata sugli specchi. Da un bravo e serio economista come il professor Navarra, la cui competenza è riconosciuta a livello internazionale, ci saremmo aspettati molto di più. Nomi e cognomi, per esempio, e poi una reale presa di distanza con un pubblico disconoscimento di qualunque legame con persone del genere. Lo hanno fatto i figli e i nipoti dei criminali nazisti, non comprendiamo perché il rettore Navarra non possa fare lo stesso.

Se non tollera ulteriori attacchi su tali temi è un problema suo: riconsideri la propria candidatura o vada avanti dimostrandoci ogni giorno, come del resto ha sempre fatto, che lui non ha nulla a che vedere con quel criminale dello zio. È la politica bellezza, prendere o lasciare. Noi giornalisti, almeno quelli che hanno la schiena dritta davvero e che non si limitano a fare proclami, continueremo a pubblicare e a scrivere tutto ciò che riterremo opportuno senza farci intimidire. Poi, se sarà il caso, ci si vedrà tutti in Tribunale. Personalmente, ma sono sicura che questo riguarda anche molti miei colleghi, ho la certezza di poter salire quelle scale a testa alta.

Di seguito, da Wikipedia, la storia del bosso mafioso Michele Navarra

I primi anni

Michele Navarra

Michele Navarra, era il primogenito di otto figli di una famiglia appartenente al ceto medio; il padre Giuseppe, piccolo proprietario terriero e membro del Circolo dei nobili del paese, esercitava le professioni di geometra e maestro nella locale scuola agraria.[1]. Lo zio materno di Navarra era Angelo Gagliano, un mafioso corleonese assassinato nel 1930, mentre suo cugino era il mafioso Angelo Di Carlo, emigrato negli Stati Uniti nel 1926 per sfuggire alla repressione del prefetto Cesare Mori[2].

Nonostante avesse un carattere ribelle incline alla spavalderia, Navarra si applicò con profitto negli studi tanto che, terminate le scuole ordinarie, si iscrisse all’Università di Palermo, prima alla facoltà di ingegneria e poi a quella di medicina. Si laureò nel 1929 in medicina e chirurgia e successivamente si trasferì a Trieste per prestare servizio militare come medico ausiliario. Nel 1942 ottenne il congedo definitivo con il grado di capitano e tornò a Corleone per esercitare la sua professione[3].

Il boss di Corleone

Nel 1945 Angelo Di Carlo tornò a Corleone dopo aver combattuto nei marines e scelse il cugino Navarra per guidare la locale cosca mafiosa, sostituendo don Calogero Lo Bue, considerato ormai “non adeguato ai nuovi tempi”; Di Carlo e Navarra riuscirono a precedere il mafioso corleonese Vincenzo Collura, detto “mister Vincent”, il quale era rimpatriato dagli Stati Uniti per prendere le redini della cosca ma dovette rinunciare, venendo però nominato vicecapo di Navarra. Dopo aver ottenuto il comando della cosca di Corleone, Navarra fece assassinare Liborio Ansalone, comandante dei vigili urbani locali che nel 1926 aveva collaborato con gli uomini del prefetto Cesare Mori per fare arrestare numerosi mafiosi a Corleone[2].

Nell’immediato dopoguerra Navarra era medico condotto di Corleone, medico fiduciario dell’INAM e caporeparto di medicina interna dell’ospedale di Corleone. Nel 1946, dopo l’omicidio del direttore dell’ospedale Carmelo Nicolosi per mano ignota, Navarra occupò anche quella carica, prima come reggente e poi, dal 1948, come titolare[4]. Successivamente Navarra aderì inizialmente al Movimento Indipendentista Siciliano e costituì insieme al fratello una società di autolinee funzionante grazie alla raccolta degli automezzi militari abbandonati dall’AMGOT, il governo militare alleato: questa società venne rilevata nel 1947 dalla Regione Siciliana e assorbita dall’Azienda Siciliana Trasporti[5]. Navarra in quel tempo controllava anche il settore politico-economico tramite i voti: inizialmente li fece confluire al Movimento Indipendentista Siciliano, poi verso la Democrazia Cristiana, diventando capo-elettore dei deputati Calogero VolpeBernardo Mattarella e Salvatore Aldisio[6].

Omicidi di Placido Rizzotto e Giuseppe Letizia

Il 10 marzo 1948 scomparve Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Rizzotto venne attirato in trappola da Pasquale Criscione, suo compagno del sindacato, che faceva parte della cosca di Navarra. Rizzotto aveva umiliato in pubblico Luciano Liggio: durante una rissa scoppiata nella piazza centrale di Corleone, tra sindacalisti e uomini di Navarra, il sindacalista aveva infatti osato sollevare Liggio e appenderlo all’inferriata della villa comunale.[7]

La notte in cui avvenne il delitto Rizzotto, il pastorello Giuseppe Letizia, che aveva tredici anni, era nelle campagne del feudo Malvello di Corleone ad accudire il proprio gregge. Il giorno seguente fu trovato delirante dal padre, che lo condusse all’ospedale di Corleone diretto proprio da Michele Navarra. Lì, il ragazzo, in preda a una febbre alta, raccontò di un contadino che era stato assassinato nella notte. Curato con un’iniezione, morì ufficialmente per tossicosi, sebbene si ritenga che al ragazzo sia stato somministrato del veleno. Il piccolo Giuseppe Letizia era stato infatti curato dal dott. Ignazio Aira che poco dopo la morte del giovane partì senza alcun motivo per l’Australia[8].

Divergenze con Liggio

Liggio aveva costituito un’altra società di autotrasporti ed era entrato a far parte della vecchia società armentizia di Piano della Scala. Aveva in mente di prendere parte alla costruzione della diga che avrebbe irrigato oltre centomila ettari di terra. Era un grande progetto che vedeva a capo il Principe di Giardinelli. Quest’ultimo era il rappresentante del Partito Liberale Italiano alle elezioni del 1958. Nonostante Liggio e i suoi, ai ferri corti con Michele Navarra, l’avessero aiutato nelle elezioni, a spuntarla fu la Democrazia Cristiana grazie soprattutto a Michele Navarra.

Il capomafia di Corleone non gradì il comportamento del suo campiere. Navarra era contrario alla costruzione della diga, che avrebbe portato l’acqua oltre i monti, in quanto avrebbe perso il controllo dei pozzi.[9] Oltre questo ci fu un altro motivo di rottura con Liggio. Angelo Vintaloro aveva comprato dei terreni dopo aver chiesto il permesso al capozona, Michele Navarra, come si usava a quei tempi. Nonostante avesse ricevuto la protezione di Navarra, una notte di maggio vennero fatte a pezzi le botti nella cantina di Vintaloro ad opera di Liggio e il vino andò perduto. Quando a giugno il grano maturò, nessun contadino volle mietere il raccolto; così una notte venne mietuto clandestinamente e caricato sui camion di Liggio.

L’autorità di Michele Navarra era stata messa definitivamente in discussione e il boss fu costretto a dare un segnale forte. Chiese ad alcuni picciotti fidati di aspettare Liggio nella tenuta di Vintaloro e di ucciderlo. Al primo rumore, il commando uscì e iniziò a sparare ma Liggio lievemente ferito riuscì a scappare. Il piano di Navarra fallì. Fu così che Liggio decise di eliminare Michele Navarra.[10]

La morte

Il 2 agosto 1958 alle ore 15.30[11] Michele Navarra fu ucciso mentre rientrava a Corleone a bordo di una Fiat 1100 nera, assieme a colui che gli aveva dato un passaggio, il giovane medico Giovanni Russo, completamente estraneo a qualsiasi fatto criminale. La Fiat 1100 venne crivellata di proiettili e poi fatta scendere giù per una scarpata: vennero ritrovati 124 bossoli a terra, 94 proiettili nel corpo del capomafia. A sparare furono tre pistole automatiche, un mitragliatore Thompson e un mitra calibro 6.35.[12]

Due giorni dopo vennero celebrati i funerali nella chiesa di San Martino di Corleone. Quel giorno il paese ospitò mafiosi provenienti da tutta la Sicilia. Venne proclamato il lutto cittadino. Per l’omicidio di Navarra, Luciano Liggio fu condannato all’ergastolo.[13] In seguito all’omicidio di Navarra i Corleonesi iniziarono la loro ascesa alla guida di Cosa Nostra.[14][15][16]

Elisabetta Raffa

Giornalista professionista dal secolo scorso, si divide equamente tra articoli di economia e politica, la cucina vegana, i propri cani, i libri, la musica, il teatro e le serate con gli amici, non necessariamente in quest’ordine. Allergica ai punti e virgola e all’abuso dei due punti, crede fermamente nel congiuntivo e ripete continuamente che gli unici due ausiliari concessi sono essere e avere. La sua frase preferita è: “Se rinasco voglio essere la moglie dell’ispettore Barnaby”.