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Assolto il medico che ha lasciato sola una donna durante l’aborto

“Una sentenza inconcepibile, che lascia più di un dubbio”. È il commento dell’avvocato Antonello Scordo, legale della donna che l’11 giugno del 2010 ha partorito un feto di 22 settimane in un bagno del Policlinico priva di qualunque assistenza e potendo contare solo sulla presenza della madre. Giovedì scorso il Giudice per l’Udienza Preliminare Maria Giovanna Vermiglio ha chiuso il caso sostenendo che il medico denunciato, Leone Scurria, non ha commesso il fatto e prosciogliendolo con formula piena, basandosi sul fatto che la procedura abortiva era in corso da alcune ore.  L’accusa era la mancata assistenza ad una donna ricoverata per un aborto terapeutico, giustificata con il fatto che è un obiettore di coscienza. Punto quest’ultimo sul quale la legge però è molto chiara: il medico obiettore di coscienza può rifiutarsi di praticare l’aborto, ma non di prestare assistenza o fornire informazioni. 

“Ovviamente aspetto di leggere le motivazioni della sentenza -aggiunge Scordo- che saranno depositate tra un mese. Ma già adesso ci sono troppi aspetti che non mi convincono. Di solito durante le udienze preliminari rinviano a giudizio anche quando non c’è niente e invece in questo caso il GUP ha deciso che il medico non ha commesso il fatto basandosi solo su un diario clinico che contiene anche un errore materiale. Non si è tenuto conto di alcuna testimonianza, neanche quella dell’infermiere. Tra l’altro, anche il Pubblico Ministero Camillo Falvo ha chiesto il rinvio a giudizio. Ovviamente ricorreremo in Cassazione (in casi come questo si va direttamente all’ultimo grado di giudizio, ndr) e solleciteremo con una richiesta formale anche la Procura Generale a fare altrettanto”. 

La storia risale a un anno e mezzo fa, quando una donna alla terza gravidanza fu ricoverata al Policlinico per un aborto terapeutico visto che la bimba che portava in grembo era affetta da gravi malformazioni. A raccontarla è lo stesso avvocato Scordo.

L'avvocato Antonello
Scordo

“Vista la malformazione della bambina, la mia cliente decide per l’interruzione di gravidanza. È ricoverata l’11 giugno del 2010 e verso mezzogiorno le praticano la prima stimolazione con candelette vaginali, necessarie per provocare quello che in realtà è un parto a tutti gli effetti. La seconda stimolazione è praticata alle 14.45, la terza alle 20, la quarta a mezzanotte. Tra la terza e la quarta, verso le 23, la mia cliente inizia a stare male e ad avere forti contrazioni. L’infermiere di turno, Giovanni Ardizzone, chiama il ginecologo Scurria che è montato di guardia alle 20 e gli descrive le condizioni della paziente. Senza uscire dalla propria stanza il ginecologo prescrive la somministrazione di uno Spasmex (un antispastico che invece si prescrive proprio per calmare crampi e contrazioni, ndr). Del resto l’infermiere stesso, come poi ha confermato nella propria deposizione, ha detto alla mia cliente che non sarebbe venuto nessuno perché il medico di turno era un obiettore di coscienza. Lasciata da sola con la madre che cerca di seguirla come può, verso l’una e mezza del mattino passa l’ostetrica che, senza neanche visitarla ma dando solo un’occhiata superficiale, le dice che ci sono solo 2 centimetri di dilatazione e che non espellerà il feto prima del mattino dopo. Pochi minuti e la mia cliente partorisce da sola in bagno la sua bambina senza che nessuno del personale del Policlinico fosse presente”.

Scurria, e la sua versione è avvalorata dal primario del reparto Domenico Granese che però non era presente, sostiene di avere proposto per due volte alla donna di recarsi in sala travaglio e che quest’ultima si sarebbe rifiutata. “Non è assolutamente vero -dichiara l’avvocato Scordo. Ma le pare che un medico fa quello che dice una paziente? La verità è che questa donna è stata abbandonata a se stessa e di questo ne risponderà chi è colpevole. L’hanno persino accusata di volersi disfare della bambina perché non voleva altri figli. Ma sei mesi fa la mia cliente ha avuto un’altra figlia e questa è la migliore prova del fatto che anche quest’accusa è falsa e che invece desiderava diventare madre ancora una volta”.