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Arrivano i Savoia, dopo la Spagna Messina risorge

Vittorio Amedeo II di Savoia

Nel corso dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, la nostra città si sta letteralmente dividendo (come tutti i centri del Meridione) tra chi “benedice” l’arrivo dei Savoia e chi invece evidenzia una vera e propria aggressione al Regno delle Due Sicilie da parte dei piemontesi. L’importante quesito storico, di enorme complessità, non può essere risolto in poche righe, né tanto meno un argomento così fondamentale per le nostre radici lo meriterebbe.

Quello che probabilmente molti non sanno però, è che la città di Messina, quasi 150 anni (lasso di tempo ricorrente) prima dell’Unità d’Italia, aveva giurato eterna fedeltà alla dinastia Sabauda.

Nel giugno del 1713 il famoso Trattato di Utrecht, che chiuse la guerra di successione spagnola, consegnò ai Savoia la Sicilia e con essa il titolo regio.

L’antico Regnum Siciliae mutò nome in Regnum Siciliae, Ierusalem et Cyprus e passò sotto l’egida di Vittorio Amedeo II di Savoia, che nell’ottobre del 1713 fu incoronato nella Cattedrale di Palermo.

Lo stemma dei Savoia nel XVIII secolo

Messina, che stava attraversando alcuni anni di declino, si prodigò ad inviare i propri ambasciatori nella capitale del Regno, invitando la nuova famiglia regnante nella città dello Stretto.

A dire il vero, la classe politica cittadina aspettava da tempo un’occasione per risollevare la città dopo la tragedia del 1674 (ribellione fallita nei confronti della corona spagnola), con la quale aveva perso tutti i suoi antichi privilegi e vedeva nel cambio di “padrone” una feconda opportunità per

tornare a splendere come negli anni basso-medievali.

Probabilmente fu una mossa meramente opportunista ma Vittorio Amedeo II, dopo una fitta corrispondenza con i senatori ed i nobili messinesi, accettò l’invito e giunse nella nostra città nel giugno del 1714.

Secondo l’eminente storico messinese Caio Domenico Gallo, il monarca sabaudo fu accolto da una città festante per il suo atteso arrivo: “…venne dunque il re in Messina, come si disse, e per la lunga strada del Dromo (via che attraversava Messina. Il tratto finale corrisponde all’attuale via XXIV maggio), d’onde era passato, vide la moltitudine di tutti quei contadini che occupavano quel tratto di sei miglia, la quale lo ricevette con applausi ed evviva di giubilo; e non minore fu quella che lo accolse nell’entrare in città”. Sentimento che, pare, fu subito ricambiato dai sovrani: “Il Re al primo albore erasi alzato dal letto, ed allorquando dalla real galleria vide il teatro del porto indorato dai primi raggi del sole, restò sorpreso; in guisa che passato nelle stanze della regina, le fè osservare con piacere prospettiva cotanto vaga e maestosa”.

Vittorio Amedeo e la corte passarono più di quattro mesi nella nostra città, rimanendo incantanti dalle bellezza architettoniche e naturali. Furono riveriti ad ogni passo dalla nobiltà, dalla cittadinanza borghese e perfino dai contadini, che poco si interessavano alla vita politica.

Tra i piemontesi ed i messinesi insomma, sbocciò un amore che, come spesso avviene, fu forte ma fugace. Solo sei anni più tardi, infatti, i Savoia tradirono i siciliani scambiando l’isola con la Sardegna ed abbandonandola ai sovrani della casata d’Asburgo.

La benevolenza messinese fu praticamente cancellata in pochi giorni, lasciando il Senato peloritano con un palmo di naso. Numerosi furono però gli incontri tra il popolo messinese e Vittorio Amedeo II. Di uno di questi, particolarmente gustoso, vi parleremo nella prossima puntata di Gran Mirci.