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Archelogia, storia e Sicilia

“Archeologia e storia nei mari di Sicilia” è l’ultimo libro scritto da Sebastiano Tusa, archeologo e Soprintendente per i beni culturali ed ambientali di Trapani, presentato a Santa Maria Alemanna nel corso di un vernissage letterario organizzato dall’assessore alle politiche del mare Pippo lsgrò e moderato dal giornalista Giovanni Frazzica.

Un volume ricco di immagini e ricostruzioni grafiche (Magnus Edizioni, 300 pg., € 68) che va ad arricchire il già nutrito numero di pubblicazioni del paleontologo siciliano, autore di oltre settecento tra saggi e monografie scientifiche divulgative sull’archeologia mediterranea e orientale. Da sempre in prima linea, Tusa ha effettuato scavi in Pakistan, Iran e India, per giungere, nel 2004, a capo della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia. Prima ed unica struttura del genere in Italia, la seconda in Europa dopo Atene, che coordina in maniera sistematica la ricerca archeologica subacquea nell’Isola.

Intento dell’autore è quello di ricostruire in modo semplice ma completo la storia della moderna archeologia subacquea italiana, a partire dalle imprese pioneristiche di Nino Lamboglia, fino ai giorni nostri. Destinatari privilegiati del testo gli studenti, ma anche privati che a vario titolo operano nel campo del turismo archeologico, storici ed amanti del genere.

Compiendo un periplo immaginario per le coste della Sicilia Tusa rivela, promontorio dopo insenatura, quanta storia e quante storie si celano dietro ritrovamenti più o meno fortuiti, ricerche sistematiche e tesori sommersi che il mare di Sicilia non smette di regalare, definito per l’appunto dall’autore come “il più grande territorio ricco di beni culturali”.

Tra questi tesori “nostrani”, un posto d’onore merita il rostro ritrovato ad Acqualadroni, attualmente in restauro presso laboratori di Pisa. A Tusa, che voci di corridoio danno di prossimo ritorno alla Soprintendenza dei beni culturali del Mare, chiediamo ragguagli sulla fase di restauro.

Sebastiano Tusa

Professor Tusa, qual è lo stato

dell’arte? “Contiamo entro l’anno di riportare il rostro a Messina, dove è giusto che stia e dove sarà collocato nel luogo che l’amministrazione comunale riterrà più consono ad ospitare un pezzo di tale pregio. Una delle sedi indicate è l’Antiquarium archeologico di Palazzo Zanca”.

Ma ospitare un pezzo di tale pregio non necessita di un opportuno allestimento? “Certamente. Il rostro, ad esempio, costituito prevalentemente di bronzo, ha bisogno di temperature che si aggirano intorno ai 20°. Immagino che l’amministrazione comunale provvederà ad allestire una sala con caratteristiche idonee ad ospitare questo pezzo”.

Il restauro ha presentato qualche difficoltà? “Il restauro della parte bronzea ormai è pressoché ultimato. La parte lignea, presente all’interno e di grande rilevanza, ha richiesto più tempo per gli opportuni esami e la fase di restauro. Interventi che, per una carenza di personale tecnico ai laboratori di Pisa, sono stati rallentati, ma che ormai sono in dirittura d’arrivo”.

Alla luce degli esami effettuati, è dunque possibile associare questo rostro alla famosa battaglia del Nauloco, combattuta al largo delle coste di Messina? “Non è facile attribuire un rostro ad una battaglia precisa, potrebbe essere andato perduto anche a seguito di uno scontro con i pirati, o nel corso di una tempesta. Tuttavia, l’esame al radiocarbonio effettuato non rende improbabile correlare questo rostro a quel preciso periodo storico: altri dettagli infatti ci vengono in aiuto, come alcuni elementi stilistici, che sebbene di ispirazione orientale, possono tranquillamente essere ascritti a quel periodo”.

Non è molto difficile immaginare quale bellezza e quale grande opportunità per il turismo locale sarebbe l’allestimento di uno specifico museo del mare a Messina, che potrebbe essere valorizzato non solo dal rostro di Acqualadroni, ma anche da altri materiali di grande pregio archeologico provenienti, ad esempio, dai relitti di epoca tardo-romana ritrovati questa estate al largo di Capo Rasocolmo nel corso della prima campagna archeo-sub condotta nell’ambito del progetto Atlantis. Al momento, è solo un’ipotesi, anche se il Forte San Salvatore sembra essere già stato individuato dall’amministrazione comunale come la possibile sede del Museo del Mare della città di Messina.