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Arabi in Sicilia, la guerriera senza nome di Entella

Il Libro di Ruggero, di Idrisi

Il Medioevo siciliano è caratterizzato da una importante multiculturalità che ha prodotto moltissimi frutti come l’architettura arabo-normanna-bizantina o capolavori geografici come Il libro di Ruggero, redatto dal geografo e cartografo Idrisi, o libri di filosofia come Al-masa’il al-siqilliyya. Non sempre però questa coabitazione fu serena. Già sotto il regno di Guglielmo II gli arabi furono reclusi, come gli indiani d’America qualche secolo dopo, in una riserva nella quale conducevano una vita stentata e penosa che alimentò risentimento e disperazione portandoli, qualche decennio dopo, ad intraprendere una jihadQuesto termine, spesso tradotto riduttivamente come guerra santa mossa contro gli infedeli, significa letteralmente “sforzo teso verso uno scopo”, inteso anche come quello di difendere il proprio popolo. Numerosi sono gli esempi di jihad difensive come la guerra di liberazione dell’India o quella per l’indipendenza algerina. Come ci si può stupire, allora, se una comunità che da più di otto generazioni vive in un luogo che ama profondamente, come dimostra Ibn Rashī´q nel suo Kitāb al-umda (Libro della colonna) e anche Abd ar-Rahman bin Muhammad al-Butiri che in una poesia scrive “Non c’è vita serena, se non all’ombra della dolce Sicilia”, quasi di punto in bianco si vede strappare tutto ciò che è suo e i suoi membri essere trattati come degli intrusi mal voluti? Quando nel primo ventennio del XIII secolo i mussulmani siciliani rioccuparono Entella, Federico II decise di eliminare definitivamente la loro presenza dall’Isola, per poi deportare i rimanenti a Lucera, in PugliaLe fonti sia arabe che latine ci descrivono una terribile battaglia con tanto di assedio lungo due anni, che sembrò finire quando l’amir, il principe, Muhammad ibn Abbad, accettò, dopo un probabile tradimento di alcuni dei suoi, di tornare in Africa del Nord lasciando sua figlia come garante. Ma fu nuovamente tradito e lui e i suoi figli maschi morirono di morte violenta. 

La figlia, della quale non è arrivato a noi il nome, ma sappiamo che fosse tanto coraggiosa quanto bella, continuò a fare la volontà del padre aprendo le porte del castello, oggi chiamato Pizzo della Regina. Quando seppe ciò che era accaduto ai suoi amati familiari e che le truppe che ospitava dovevano trucidare tutti i suoi protetti, ispirandosi alle numerose guerriere arabe come Daihyna la Kahina dei berberi Ğerawa, Sahaba di Maometto Umm ʿUmāra e Khawla bint Ḥakīm, anticipò gli Svevi sul tempo e la mattina successiva al posto dell’aquila nera su campo oro degli Hohenstaufen penzolarono le 200 teste, o più, dei militari federiciani.

L’imperatore trentenne cercò di ammaliarla con una proposta di matrimonio ma ciò non fece che inasprire i rapporti tra le parti e la battaglia ricominciò più sanguinosa di prima. Gli Svevi ebbero la meglio, ma quando riuscirono ad entrare nel castrum trovarono solo cadaveri. Compreso quello della principessa che, come Cleopatra, preferì suicidarsi piuttosto che finire tra le mani del nemico. A Lucera, invece, prosperò una comunità islamica e di questa 6.000 guerrieri infittirono le fila dell’esercito federiciano, alcuni di loro fecero persino parte della guardia del corpo del re, che continuò a essere grande e indiscusso estimatore della cultura araba.