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Antonio Duro, un eroe sconosciuto

Quadro raffigurante Mehemet II mentre si imbarca a Costantinopoli
Forse oggi lo avremmo chiamato incosciente o, meglio ancora, folle. Di certo, nel febbraio del 1473, divenne un eroe cittadino e la sua audace vicenda fu conosciuta in tutto l’occidente cristiano. Stiamo parlando di Antonio Duro, messinese, che venti anni dopo la caduta di Costantinopoli riuscì da solo a causare più danni all’Impero Ottomano di quanti ne avessero provocati i bizantini durante la resistenza della loro capitale.

Figlio di commercianti di spezie, fin da bambino aveva fatto la spola tra Messina e l’Oriente, riuscendo a padroneggiare perfettamente il greco, l’arabo ed il turco-ottomano. I numerosi viaggi nella penisola ellenica, da poco conquistata dall’impero di Mehemet II, avevano ingigantito in Antonio Duro l’odio verso i musulmani, in quegli anni comune ai cristiani, terrorizzati dall’inarrestabile avanzata ottomana. La sua smania di vendetta lo aiutò a partorire un piano talmente avventato che tutti i parenti più prossimi ed anche i suoi amici non solo si rifiutarono di prendervi parte, ma cercarono di dissuaderlo dai suoi propositi.

Saputo infatti, che gran parte della flotta ottomana si trovava alla fonda nel porto di Kallipolis, vicino ad un nutrito arsenale, l’audace messinese pensò di introdursi con il favore delle tenebre nella cittadina dell’Ellesponto per incendiare le navi e la riserva di munizioni. Dopo aver ricevuto numerosi rifiuti in città, Antonio Duro si recò, grazie alle sue conoscenze di commerciante, dal Doge di Venezia Nicolò Trono, prospettandogli il suo progetto e chiedendo esclusivamente sei audaci compagni d’arme ed un piccolo

bastimento per raggiungere Kallipolis. Il Sire della Serenissima accordò il suo benestare ed il 3 febbraio del 1473 Antonio Duro e sei marinai veneziani partirono dalla città lagunare per raggiungere lo Stretto dei Dardanelli.
Lo stemma del doge Nicolò Trono

Giunto in prossimità del porto con l’oscurità, grazie agli abiti indossati che richiamavano le divise ottomane ed il suo fluente turco, riuscì ad ingannare le sentinelle e ad appiccare il fuoco ad alcuni navigli da guerra saraceni. Sfruttando lo scompiglio causato dagli incendi, sbarcò da solo a terra e diede fuoco all’arsenale. Furono numerose le esplosioni che seguirono il gesto di Duro, grazie alla riserva di fuoco greco contenuta nella struttura. Il vento contrario salvò la cittadina di Kallipolis dalla distruzione, ma la quasi totalità della flotta di stanza nel porto fu distrutta dall’audacia del giovane messinese. Ritornato velocemente al bastimento, pronto finalmente a fuggire, Antonio Duro trovò i suoi compagni veneziani sgozzati ed una decina di armigeri ottomani pronti a catturarlo.

Come riporta Giacomo Crescenti nel suo libro “Fatti memorabili delle istorie messinesi narrati ai fanciulli” (a cura di G. Molonia, Bonanzinga, Messina 2001), il giovane fu torturato per diverse ore e prima di spirare, ai militari che cercavano di ricavare da lui informazioni preziose, rispose: “Ho fatto tutto da me con l’intenzione d’arrecarvi il maggior danno possibile; se di qualche cosa ho da dolermi è di non essere così completamente riuscito nell’intento” .

Il Doge Nicolò Trono celebrò Antonio Duro con una lunghissima lettera inviata al Senato di Messina e con una ricca rendita assegnata alla sorella del coraggioso messinese.