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Angela Manca: “Se ciascuno farà la propria parte avremo giustizia”

Angela Manca con il figlio Attilio, ucciso dalla mafia
Fino all’11 febbraio 2004 la famiglia Manca era una famiglia come tante a Barcellona. I genitori insegnanti, i due figli Attilio e Luca professionisti conosciuti e apprezzati. Poi la tempesta, quando Attilio muore in circostanze poco chiare.
E quando capiscono che nulla è come sembra e decidono di andare fino in fondo, ecco che lo uccidono due volte con l’arma più subdola, la diffamazione.
E così, da urologo di fama nazionale Attilio Manca diventa un drogato morto per overdose. Una consuetudine tutta barcellonese quella di gettare fango sui morti.
Così Beppe Alfano è un giocatore ed un donnaiolo, Graziella Campagna un’ochetta scappata con il fidanzato, Adolfo Parmaliana uno che utilizzava i fondi dell’università per finanziare la sezione DS di Terme Vigliatore della quale era il segretario.
Ma a salvarli da questa seconda morte ci hanno pensato le loro famiglia, che senza aiuto da parte delle istituzioni e totalmente isolati da amici e parenti, hanno lottato e continuano a lottare per difendere la memoria dei loro cari, accumulando prove e testimonianze schiaccianti. Con pazienza certosina anche la famiglia Manca ha fatto lo stesso e a ricostruire i fatti è Angela Manca, la madre di Attilio, premiata dall’Arcigay di Messina per l’impegno costante contro la mafia.

“Nell’ultimo periodo non era come al solito -ricorda. Lui aveva un carattere molto allegro, estroverso. Nelle ultime settimane invece, faceva delle telefonate molto brevi e nello stesso tempo sfuggenti, senza entrare nei particolari di quello che aveva fatto, della sua vita, della sua quotidianità. Una decina di giorni prima della sua morte ci telefonò alle 7 del mattino per chiederci informazioni di un certo Porcino, che doveva andare da lui per dei consigli. Mio marito non sapeva che questo Porcino era un delinquente ed era già stato condannato per estorsione ed altro e gli ha detto che era una brava persona.

Però ci siamo meravigliati, perché era la prima volta che Attilio chiamava a quell’ora. Papà tu lo conosci? disse e questa è la prima cosa strana. La seconda cosa strana era l’atteggiamento scostante. Ed inconsueta è stata l’ultima telefonata, l’11 febbraio alle 9.30 del mattino, fatta sparire dai tabulati non so da chi. Mi chiedeva di far riparare la moto che teneva nella casa al mare di Tonnarella. Una richiesta strana dato il periodo, perché era l’11 febbraio e lui la moto l’avrebbe usata solo in  agosto.

Io gli chiesi: Ma perché? Tu in estate non vieni in macchina?. Rispose che non lo sapeva e mi ha lasciato in modo brusco. Ecco, anche quella è stata un’altra telefonata strana. Secondo me con quella telefonata lui mi ha voluto mandare un messaggio, I suoi colleghi mi hanno detto che la sera prima di morire lui era molto preoccupato. Lo si capiva dalle continue telefonate, dalle richieste che faceva agli altri. Con quella telefonata mi ha voluto dire Se mi succede qualcosa ricordati di Tonnarella, dove si pensa sia stato nascosto per un periodo anche Provenzano”.

Cosa vi ha portato ad avvicinare la morte di suo figlio a Provenzano? “Una settimana dopo la morte di Attilio, il papà di un suo carissimo amico ci ha parlato di Provenzano. Quando noi stavamo impazzendo, quando ci domandavamo perché fosse morto, chi e perché lo aveva ucciso lui ci dice: Non è che ha visitato un mafioso, per esempio Bernardo Provenzano, che ha un tumore alla prostata?. Ma dopo una settimana come faceva a saperlo se ancora nessuno parlava di Provenzano?

E dopo un anno io mi sono ricordata delle sue parole. Perché dico dopo un anno? Perché proprio dopo un anno ho letto sulla Gazzetta del Sud che Francesco Pastoia, quel mafioso che poi si è suicidato, o l’hanno suicidato perché è una prassi, ha detto che un urologo ha visitato Provenzano nel suo rifugio. A quel punto ho pensato che allora un anno prima avrei dovuto cercare questa pista. E dico io perché le istituzioni quando si indaga su un delitto di mafia, soprattutto se dietro c’è un delitto di Stato, non indagano, non vogliono che si arrivi alla verità.

Parlo di delitto di Stato perché dietro la latitanza di Provenzano c’è sicuramente lo Stato. Una persona che è latitante per 43 anni, che gira per le strade di Roma, che si nasconde a Roma dove Ciancimino lo andava tranquillamente a trovare a piazza

di Spagna, che ha la carta di identità falsa, che va a Marsiglia, non poteva non avere delle grossissime protezioni. La mappa dei rifugi messi a disposizione dei mafiosi è piuttosto ampia.

Tanto che per Provenzano si parla anche di Castanea, villaggio della cintura comunale messinese, mentre la provincia peloritana ha dato ospitalità anche Totò Riina, a Gerlando Alberti junior, che ha voluto la morte di Graziella Campagna, uccisa a 17 anni per un’agendina che non avrebbe dovuto vedere, a Nitto Santapaola a Barcellona. Una presenza che ha portato alla morte del giornalista Beppe Alfano”.

La morte di Attilio vi è sembrata strana da subito? “Della sua morte lo abbiamo saputo solo il giorno dopo. E ci hanno ingannato dal primo momento, perché ci hanno detto che era morto per aneurisma. Siamo partiti subito per Viterbo, dove non ce lo hanno fatto vedere. E non ce lo hanno fatto vedere il primario di Urologia, il professor Rizzotto, e Ugo Manca, un nostro cugino, che si è precipitato a Viterbo non appena ha saputo della sua morte.

Insistevano che era meglio che ce lo ricordassimo come era da vivo, perché aveva il viso completamente deformato. Secondo loro, cadendo sul telecomando posato sul letto si era provocato una deformazione del setto nasale tale da renderlo irriconoscibile. Il professore Rizzotto ci ha detto che era stata una morte fulminante per aneurisma, che era morto in piedi e che era caduto di botto, di peso e sbattendo con violenza. L’inganno è stato totale”.

Cosa avete pensato una volta arrivati a Viterbo? “La prima ipotesi è stata quella dell’aneurisma. Poi viene fuori che lui si drogasse. Io questa versione che Attilio fosse un drogato l’ho sentita qualche giorno dopo la sua morte a Barcellona. Perché l’ho sentita? Perché dopo 2-3 giorni abbiamo saputo che Attilio era morto per overdose. Tutta Barcellona lo sapeva, tutta, tranne noi genitori, che siamo stati gli ultimi. Abbiamo iniziato a chiederci chi avesse diffuso questa voce.

Alcune persone ci hanno detto che le voci erano uscite dal solito circolo barcellonese che io preferisco non nominare e dove si diceva che era drogato e che era morto per overdose. Ma noi ci siamo interrogati su queste cose. Poi ci ha chiamato la polizia di Barcellona, che ci ha detto: vostro figlio non è morto per overdose, ma è stato ammazzato. Attilio era mancino, ma i due buchi delle siringhe erano nel braccio sinistro. Ma perché due? Era impazzito, si voleva suicidare? Se anche uno impazzisce e decide di morire per overdose, se ne fa una, non se ne fa due. Nel braccio sbagliato e due per giunta.

Avevamo capito che si trattava di un omicidio, ma così abbiamo avuto la conferma. Avevamo capito che c’entrava la mafia di Barcellona, avevamo capito l’intreccio e l’inganno, ma non capivamo il motivo”.

Lei ha deciso di difendere suo figlio anche fuori dalle aule di Tribunale. “Mi sono iscritta su facebook per entrare in contatto con tantissimi giovani e per far conoscere a più persone possibili il caso di Attilio. Non sono ancora riuscita ad ottenere la verità giuridica, ma essere stata capace di far conoscere Attilio a tantissime persone in Italia mi dà un senso di serenità, perché quando io sarò morta lui sarà ricordato. Non è più come prima, non è un nome sconosciuto. Tanti gli vogliono bene. Molte persone mi dicono: ma la verità è tutta fuori. Effettivamente, leggendo il fascicolo la verità è tutta lì, ma c’è qualcuno che ha messo un muro.

Una volta ero al cimitero e si è avvicinata una persona che io sapevo molto vicina alla mafia, che mi ha detto che la verità su Attilio non l’avremmo mai saputa. Era quella che denunciavamo, ma non l’avremmo mai saputa perché hanno messo una catena. La stessa cosa mi ha detto un maresciallo anziano: ul caso di vostro figlio a Barcellona hanno messo una catena”.

Isolati da parenti e amici, adesso potete contare sulla rete di solidarietà scattata con i familiari delle altre vittime della mafia. “Con la moglie di Adolfo Parmaliana, Cettina, si è instaurato un bellissimo rapporto, anche perché la lotta è comune. Ci sentiamo spesso per decidere, per lavorare insieme, per aiutarci. Lo stesso con Piero Campagna, con Sonia Alfano. Tra noi si è creata  una complicità bellissima e ci diamo forza gli uni con gli altri. Se ognuno di noi cercasse di fare la propria parte come dice Don Ciotti, ed il noi è importante in questa lotta, riusciremo a sfondare questo muro di gomma e ad ottenere la verità e la giustizia che cerchiamo”.