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Aborto, il diritto di scegliere

E’ un appello accorato quello del Centro di aiuto alla vita “Vittoria Quarenghi” all’arcivescovo della città. Magari un tantino eccessivo nei toni, visto che riguarda un problema doloroso come l’aumento del numero di aborti in città, ma sicuramente accorato. Certo, nella copia inviata alle redazioni non c’è alcuna firma. Quindi non sapremo mai chi ha definito le interruzioni volontarie di gravidanza “sangue innocente, immolato all’altare dell’egoismo, dell’edonismo e dell’indifferenza”, nonostante ci sia una legge, la 194 del 1978, che dopo millenni di barbarie su tavoli da cucina o, nell’ultimo secolo, negli studi di medici compiacenti, concede alla donna il diritto di scegliere. Perché di questo si tratta: la possibilità di scegliere, responsabilmente e consapevolmente, se si può o si vuole mettere al mondo un figlio. Se si sarà in grado o no di amarlo, proteggerlo ed accudirlo. Per sempre.  

Prendendo a pretesto i dati degli aborti legali eseguiti in città nei tre ospedali cittadini Piemonte, Policlinico e Papardo nel 2009 e nel 2010 (rispettivamente 270 e 304, 194 e 219, 71 e 303) il centro “Vittoria Quarenghi” sottolinea come in un anno il numero di interruzioni di gravidanza sia raddoppiato, passando da 465 a 826, e sostiene con l’arcivescovo La Piana che è “importante e urgente formare e promuovere le coscienze al rispetto del V Comandamento, in tutte le sue accezioni, trovando una sintesi armonica tra scienza e spiritualità, affiancata da testimonianze operative attuate sia nelle parrocchie come negli istituti religiosi. Queste strategie di promozione umana e spirituale, oltre a essere realizzarle dal Clero, è importante che siano coadiuvati da “Ministri della parola”. Queste persone, in spirito missionario, potrebbero collaborare nella formazione dei giovani, dei cresimandi, dei nubendi, nelle catechesi degli adulti, in punti di informazione per gli adulti nelle parrocchie”. 

Ovviamente, non una parola su quello che c’è a monte degli aborti: la mancanza di informazioni sulla contraccezione. Perché è evidente che è quello il problema di base. In un Paese dove l’età del primo rapporto sessuale si abbassa sempre di più ma non aumenta in proporzione la conoscenza dei metodi non solo contraccettivi ma anche di riduzione delle malattie a trasmissione sessuale, che sono sempre più diffuse e dove ogni anno 14 mila adolescenti restano incinte, forse sarebbe meglio iniziare a lavorare seriamente sulla prevenzione. 

Luisa Barbaro

“Non ho ricevuto dati ufficiali in questo senso -spiega la ginecologa Luisa Barbaro, Direttore dell’Unità Operativa Consultori Area Jonica dell’Asl 5 e Dirigente del consultorio di via del Vespro. Tra l’altro, proprio perché ci sono tre ospedali in città, come Asl riceviamo meno di una decina di richieste l’anno. Certo, a causa del grandissimo numero di medici obiettori di coscienza, mi è anche successo di dover pietire un posto a Capo d’Orlando o alle Eolie. Mi sembra comunque evidente che ormai nella maggior parte dei

casi si tratta di extracomunitarie. Perché adesso sono soprattutto loro che devono essere informate e protette. Ovviamente ognuno è libero di pensarla come vuole, ma per quanto mi riguarda questo appello non è una posizione da condividere. Qui il problema è un altro: la prevenzione e la possibilità di accedere senza problemi alla pillola del giorno dopo. Invece mi arrivano continuamente segnalazioni da parte di donne, soprattutto ragazzine, cui viene negata con la scusa dell’obiezione di coscienza. C’è anche chi si è sentita dire che provoca emorragie e che si rischia di morire. Nulla di più falso, perché la pillola del giorno dopo, e qualunque medico lo sa, non è un farmaco abortivo. Si limita ad inibire la fecondazione, che è cosa ben diversa. I medici che la negano, incorrono in un reato penale e possono essere denunciati ed è bene che questo si sappia”. 

“Molti anni fa ho accompagnato la mia migliore amica in ospedale per interrompere la gravidanza -racconta una signora ultraquarantenne, che ovviamente vuole restare anonima e chiede anche di non citare il nosocomio- ed è stato terribile. La mia amica era disperata, ma era stato un incidente, lei ed il suo ragazzo vivevano ancora a casa dei genitori ed avere un figlio in quelle condizioni sarebbe stato impensabile. A parte il fatto che tra visite, contro visite e ginecologi ed anestesisti obiettori di coscienza, l’hanno messa in lista quando le 12 settimane stavano per scadere. Quando siamo arrivate in ospedale l’hanno lasciata ad aspettare per oltre tre ore in un corridoio dove passavano decine di persone, che peraltro sapevano per cosa eravamo lì e ci trattavano e guardavano come delle appestate. Accanto a noi andavano e venivano donne che stavano per partorire o puerpere e questo ha aumentato la sofferenza della mia amica, che vedeva quello che non avrebbe mai avuto. Ho chiesto se potevamo aspettare in un punto più riparato e mi hanno risposto malissimo. Quando è finito tutto è stato un sollievo, almeno per me. Con lei non ne abbiamo parlato mai più, come se non fosse successo nulla, ma io so che ci pensa continuamente. Io non sono per niente religiosa, ma sono persino andata a confessarmi per quanto stavo male dopo questa esperienza”. 

Chi accusa le donne che decidono di interrompere una gravidanza di farlo a cuor leggero, forse dovrebbe soffermarsi un po’ di più su storie come questa. Diversi anni fa è uscito un bellissimo film inglese sull’aborto, “Il segreto di Vera Drake”. Uno dei personaggi dice “se non sai come far mangiare tuo figlio, come fai ad amarlo?”. Ecco, fa piacere che ci sia un Centro che ha scelto di chiamarsi “Aiuto alla vita”. Forse però, sarebbe il caso di specificare di quale vita: anche quella di chi è già al mondo o solo quella di chi ancora non c’è? Perché far nascere un figlio in un Paese dove mancano asili nido, strutture di sostegno alle famiglie e l’occupazione femminile è una delle più basse d’Europa, non è detto che sia sempre la scelta giusta.