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8 febbraio 10.58 Bocciato dal Tar l’inceneritore di Pace

Con sentenza del 17/01/2013 il Tribunale Amministrativo Regionale di Catania ha  annullato l’Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata dal servizio Via/Vas dell’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente nel 2009 alla Messinambiente spa per continuare nell’esercizio dell’inceneritore di rifiuti urbani sito in località Pace, nel Comune di Messina.

Il ricorso, promosso dall’Associazione Mediterranea per la Natura (MAN), dal Comitato Regionale di Legambiente Sicilia Onlus e dall’Associazione Italiana per il WWF Onlus, è stato accolto pienamente dai giudici amministrativi etnei, che hanno avuto modo di accertare, nel corso dell’articolata attività istruttoria del giudizio, le gravi carenze impiantistiche e funzionali in cui versava l’impianto di incenerimento di Pace e che quindi non poteva essere oggetto dell’Autorizzazione del 2009 che consentiva la prosecuzione dell’attività del vecchio inceneritore, addirittura ampliando le categorie di rifiuti trattabili nell’ambito dello stesso.

Le illegittimità denunziate dalle associazioni ambientaliste, sono state accertate dai giudici amministrativi e anche tecnicamente indagate, nel corso del giudizio, attraverso una verificazione disposta dal T.A.R. etneo, affidata al prof. Francesco Bottino, docente ordinario di Chimica presso l’Università di Catania; questi ha dettagliatamente relazionato sulle irregolari condizioni in cui versava l’impianto di incenerimento che non avrebbero potuto condurre alla emanazione dell’autorizzazione regionale poi impugnata. Nella relazione del Prof. Bottino, infatti, veniva fatto emergere: il superamento, a volte notevole, dei limiti di legge, con riferimento alla emissione di alcuni fattori inquinanti (C.O.T. e polveri sottili); il malfunzionamento degli strumenti di misurazione delle emissioni (cd. Polverimetro), utilizzati dall’Ente Gestore (Messinambiente spa), con la conseguente esposizione di dati fuorvianti, inferiori a quelli effettivi; l’eccesso di emissione, in alcune date di Diossine e PCDF, con valori di gran lunga superiori ai

limiti di legge; l’ammissione indebita al trattamento e quindi l’incenerimento di rifiuti classificati dalla legge quali pericolosi (codici CER 180103* e 180202*). Le denunziate carenze e i rilevati superamenti di fattori inquinanti, hanno quindi convinto i giudici amministrativi all’accoglimento dei ricorsi proposti dalle associazioni ambientaliste, e ad affermare nella motivazione della sentenza che ”risulta confermata la tesi di parte ricorrente, … secondo la quale l’autorizzazione in esame sarebbe stata rilasciata all’esito di una istruttoria superficiale, basata essenzialmente sui dati tecnici inesatti e/o fuorvianti forniti dalla stessa società richiedente …. Ebbene, la verificazione disposta con la precedente ordinanza ha evidenziato l’imprecisione degli strumenti di misurazione adoperati dalla Messinambiente s.p.a. e l’eccessivo e non consentito rilascio nell’ambiente di Diossine e PCDF in misura superiore al limite di legge, in contraddizione con quanto esposto nella relazione tecnica presentata dalla società ai fini dell’ottenimento dell’autorizzazione. Ne consegue che il rilascio del titolo autorizzatorio ora impugnato appare – in larga misura – frutto di dati tecnici non attendibili che non hanno consentito la normale formazione della volontà dell’ente pubblico concedente. Tanto basta per dichiarare illegittimo il decreto per insufficienza e/o inattendibilità dell’istruttoria” (v. sentenza n.124/2013 del 17.1.2013).

Grande soddisfazione del mondo ambientalista e della presidente dell’Associazione Mediterranea per la Natura Deborah Ricciardi: “il Tribunale ha dato atto della correttezza delle nostre valutazioni e ci auguriamo che sulle questioni relative alla gestione dei rifiuti e più in generale sulle questioni di rilevante impatto ambientale, la regione e tutti gli organi deputati ad esprimere atti di assenso e valutazioni ambientali abbiano a fare rigorosa applicazione della legge”.

Le Associazioni sono state patrocinate brillantemente dagli avvocati Giovanni Crosta, Nicola Giudice e Piefrancesco Rizza.