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7 marzo 12.14 SLP Cisl: “L’amaro 8 marzo delle dipendenti di Poste Italiane”

Dignità e benessere. A chiederlo sono le 70mila donne di Poste Italiane che, in occasione dell’8 marzo, hanno voluto far sentire la propria voce nei contri dell’amministratore delegato dell’azienda Massimo Sarmi. Voci dal territorio, da una provincia estremamente complessa dal punto di vista geografico come quella di Messina. Voci affidate a una lettera del Coordinamento Donne del Slp Cisl dopo le dichiarazioni dello stesso Ad che ha dipinto “Poste Italiane come un azienda all’avanguardia in tema di genere, pari opportunità e conciliazione”.

“La realtà che viviamo noi lavoratrici di Poste Italiane è, invece, completamente diversa”, si legge nella missiva indirizzata a Sarmi al quale è rivolto l’invito a “stazionare un motomezzo di 180 Kg, ogni giorno per tante volte quanti sono i punti di recapito di una zona, affrontare il giusto malumore della clientela costretta a lunghe code per carenza di personale o per i numerosi difetti della piattaforma informatica, rivoluzionare l’organizzazione familiare perché l’azienda unilateralmente cambia gli orari di lavoro. Così capirà di cosa hanno bisogno le lavoratrici di Poste Italiane”.

Le donne postali chiedono all’Ad di Poste Italiane di “non celare le difficoltà dietro dichiarazioni esageratamente positive, e di  riattivare  il sistema di relazioni industriali e gli organismi preposti alle problematiche di genere e di pari opportunità. A noi sembra che su questi argomenti il mondo e la politica facciano progressi, Poste Italiane no”.

Il coordinamento donne del Sindacato Lavoratori Postali ha voluto ricordare al numero uno dell’azienda come il cambio, deciso unilateralmente, degli orari di servizio ha sconvolto l’organizzazione familiare dei dipendenti , come le soluzioni inserite nel programma aziendale non siano in linea con i reali bisogni delle dipendenti.

“Nella nostra provincia – hanno ancora scritto le donne del Slp Cisl – non esistono nidi aziendali, non è attivato il telelavoro, le colleghe che rientrano da lunghe aspettative non vengono mandate alla formazione prevista, le colleghe sono continuamente chiamate a corsi e riunioni dopo l’orario di lavoro in  barba alla conciliazione, i Comitati di pari opportunità regionali giacciono inattivi e dimenticati, il “genere” indicato dal Dlgs 81 come elemento di valutazione del rischio è completamente trascurato in azienda”.