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22 luglio 10.20 Feltri, la mafia, la Sicilia e la pensione. É “Cosa Nostra”

Dal nostro lettore Nunziante Cesarò riceviamo e pubblichiamo.

Vittorio Feltri, graffiante penna del giornalismo italico ci ha regalato un altro pezzo che passerà sicuramente alla storia. Forse anche alla storia del Giornalismo Italiano. Si proprio così, come il pezzo che fece su Dino Boffo, l’ex direttore de “L’avvenire”. Ma andiamo con ordine. Ieri in un articolo apparso su “Il Giornale” dal titolo “Che barba la mafia. É solo ‘cosa loro’ “, Feltri ci spiega il fenomeno mafioso dal suo punto di vista. Per parlare della mafia esalta Leonardo Sciascia per il “Giorno della civetta” e liquida con “il resto è noia”, prendendo a prestito le parole del Califfone nazionale, per spiegare che a lui della mafia non interessa nulla, essendo un problema dei siciliani.

Questo perché Vittorio Feltri non può certo appassionarsi di ogni cosa che interessa la nazione italiana. Già fece un grande sforzo da direttore del settimanale “L’Europeo”, quando fece uscire un falso scoop da parte del giornalista pubblicista Antonio Motta che sosteneva di essersi infiltrato nelle Brigate Rosse come agente di Carlo Alberto della Chiesa. Il 26 ottobre 1990 fu pubblicata l’inchiesta con particolari eclatanti e scabrosi sul rapimento di Aldo Moro. Che si rivelarono falsi. Come falso fu l’attacco a Dino Boffo nel 2009.

Adesso scrive che “Il quesito più inquietante è il seguente: se i citati individui erano leader della mafia, ignoranti e cafoni, perché sono stati in grado per lustri e lustri di rimanere latitanti dormendo, tuttavia, al proprio domicilio? Non in montagna, in un casolare sperduto nei boschi, bensì in quartierini sudici, in città. Segno che nessuna guardia aveva mai bussato alla porta dei loro alloggi. Tutto ciò sembra paradossale. Nei racconti romanzeschi dei mafiologi, la testa della piovra sta in una cupola irraggiungibile. Ma se la testa è quella dei Riina, dei Provenzano e dei Brusca, tanto difficile da mozzare non poteva essere. La conclusione è solamente una: se uomini così bassi sono riusciti per tanto tempo a sfuggire alla giustizia, significa che coloro i quali li braccavano invano erano più bassi ancora.”

Poi, però, da bravo affabulatore, parla di due eroi dell’Antimafia ma sbaglia il conto degli anni. “A parte ciò, sono trascorsi venti anni e più (sic!) dalla soppressione violenta di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma siamo ancora qui a discuterne. Che barba”.

Infine, ci gratifica di una sua perla di saggezza: a noi della trattativa fra Stato e Mafia non ce ne frega niente. Secondo Feltri, “l‘aspirazione della maggioranza degli italiani è di non essere confusa con la minoranza di siculi e calabresi e campani che delinquono su «scala industriale. Insistere nel mettere a fuoco una questione marginale, per quanto grave, quale la mafia, contribuisce allo sputtanamento del Paese, dipinto all’estero come un nido immenso di vipere dove trovare un onesto è impresa sovrumana”.

Forse sarebbe meglio se Feltri desse una ripassatina a quelle regole che insegnano ad ogni giornalista che si rispetti. Approfondire e studiare l’argomento di cui si parla, senza rimanere alla superficie del problema. Se è scoglionato, smetta di scrivere. Se va in pensione, anche la Fornero non avrà nulla da ridire.