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19 marzo 20.02 Casamatta della sinistra, incontro pubblico sulle rivolte popolari in Nord Africa

“Il nord Africa delle rivolte popolari. Speranze e paure mentre avanza la guerra”. Questo il tema di un incontro pubblico che si è svolto stamattina presso la libreria “Circolo Pickwick” su iniziativa della Casamatta della sinistra. “I paesi della sponda sud del mediterraneo -spiegano i responsabili dell’iniziativa- sono attraversati da cambiamenti epocali. Una generazione di giovani figlia della globalizzazione, che ha potuto studiare, di fronte alla privazione totale di libertà e di un futuro dignitoso ha deciso di ribellarsi ritenendo intollerabile la propria condizione. Per capire cosa succede realmente, contro pregiudizi fortemente radicati e un’ informazione che li alimenta costantemente, la Casamatta della Sinistra ha organizzato un incontro pubblico chiamando giornalisti, attivisti dei movimenti antirazzisti,dirigenti politici ed esperti a raccontare gli aspetti meno noti di questa realtà complessa e a confrontare i propri punti di vista nella discussione.

“I ragazzi del nordafrica stanno scrivendo la storia.” afferma Stefania Radici ( Casamatta della Sinistra) introducendo i temi del dibattito.

“La nostra iniziativa” spiega “vorrebbe dare un contribito per capire le ragioni di questo movimento: i popoli del nordafrica stanno lottando per il pane , per la libertà o per entrambi? Come mai i paesi occidentali non hanno una posizione chiara nel merito della questione? Quali interessi difendono?”

A queste domande hanno provato a rispondere il giornalista libico Farid Adly, in esilio nel nostro paese da quarant’anni; lo scrittore ed editore Antonello Mangano, che ha pubblicato recentemente l’e-book di Alberto Sciortino “Il perché del gelsomino” ; La responsabile regionale immigrazione dell’ Arci Carmen Cordaro, lo storico Peppino Restifo ed il coordinatore regionale di Sinistra Ecologia e Libertà, Erasmo Palazzotto.

“In Tunisia l’espressione più diffusa non è imam o moschea”- riflette Mangano- ” bensì proxy server.” Cioè quello strumento che serve ad aggirare la censura su internet e a scambiarsi informazioni. ” La Tunisia” – racconta- ” è un paese laico. I giovani sono scesi in piazza per conquistare quei diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti da tutte le società moderne: lavorare dignitosamente, viaggiare, curarsi. Non bisogna sopravvalutare l’influenza dell’islamismo radicale ma rendersi conto che in Tunisia esiste un serio problema di concentrazione della ricchezza in poche mani.” Infatti la famiglia di Ben Ali e i suoi amici monopolizzavano l’economia a fronte di una generazione intera privata di tutto. Come quel giovane ambulante che si è suicidato dandosi fuoco per protestare contro la persecuzione da parte della polizia. Davanti a queste tragedie il nostro governo applica una politica del tutto sbagliata, non è vero che in Italia non si vogliono i migranti, lo stesso decreto flussi ne “chiede” per quest’anno ben 170.000 ma le politiche attuate dal governo fanno si che questa gente sia ricattabile e quindi a basso costo. Invece davanti a questi cambiamenti epocali perchè siamo davanti ad una vera e propria svolta epocale, il nostro governo dovrebbe attuare politiche di accoglienza e soprattutto cercare il dialogo con chi in quei paesi sta cercando di cambiare la storia. Invece Maroni sbandiera lo spauracchio della sicurezza ed attua la politica della “Shock Economy” che si traduce in enormi flussi di denaro ai privati per la gestione della continua emergenza.

Interessantissimo è stato l’intervento del giornalista Farid Adly che da decenni vive in Italia scrivendo, sotto pseudonimo, molti articoli per diversi giornali nazionali in cui denuncia quello che avviene in Libia. La Libia ha, innanzitutto, un problema di fondo che è la diseguaglianza sociale, ci sono enormi quantità di denaro in mano a pochissime persone. Il solo Gheddafi ha accumulato circa 120 miliardi di dollari in 42 anni di regime. Davanti a questo la popolazione in passato ha cercato di reagire ma le rivolte sono state soffocate nel sangue della repressione. Migliaia di persone sono state trucidate in questi anni. Ma il giornalista punta il dito anche contro l’Italia che fra i paesi europei è stato quello che ha gestito in maniera peggiore la situazione perchè profondamente legata da interessi economici con la Libia e anche per la mancanza di una politica estera di lungo raggio, a tutt’oggi l’Italia non ha congelato i beni di Gheddafi come il resto dei paesi europei mentre la vera soluzione per la questione libica sarebbe l’isolamento internazionale del regime di Gheddafi. Gheddafi deve essere lasciato solo e non assecondato.L’Italia invece ha fatto un patto scellerato con la Libia: controllo del territorio e dei migranti nelle coste libiche (spesso vengono rinchiusi in veri e propri lager) in cambio di un sostegno politico. Dal quale è difficile tirarsi fuori.

Sugli accordi italo libici insiste anche Carmen Cordaro “non c’è una politica europea sull’immigrazione” ricorda “tutto è delegato agli accordi bilaterali fra singoli paesi. L’Italia ha siglato il primo di questi accordi già nel 98 con la Tunisia, sottraendo al controllo parlamentare i contenuti dell’intesa. Situazione simile quella degli altri paesi dell’UE: ogni stato ha siglato accordi di riamissione che comportano identificazione e respingimento al paese di provenienza di ogni immigrato. Questa politica securitaria ha portato alla chiusura totale dei confini , come previsto dal piano Frontex, ed ha condizionato negativamente anche la politica interna degli stati membri”

La relazione Frontex per il 2009,infatti, affermava che il piano serve a “coordinare la cooperazione fra stati membri in materia di controllo delle frontiere , preparare gli agenti delle polizie di confine , offrire agli stati membri assistenza e supporto nell’organizzare operazioni di rimpatrio e di controllo del territorio”

Le due sponde del Mediterraneo sono dunque separate da una barriera invalicabile. Lo sottolinea anche Peppino Restifo. Che ricorda come non sia stato sempre così. “Il Nordafrica ci è più vicino di quanto immaginiamo. Approfittiamo della ventata di novità e delle aperture di questi mesi per conoscere meglio i nostri vicini, potremmo imparare tante cose sulla democrazia e la dignità ”

Di analogie con la nostra condizione e differenze fra le vicende dei singoli paesi parla Erasmo Palazzotto. “Un ragazzo a Palermo, si chiamava Noureddine, si è dato fuoco per protestare contro le vessazioni dei vigili urbani che gli impedivano di fare il suo mestiere di ambulante. Esattamente come a Tunisi. a Palermo però non è successo niente” . ” Ogni rivolta ha la sua storia -ragiona Palazzotto- la vicenda tunisina ha innescato una reazione a catena perché il terreno era pronto.” Il nordafrica vive una crisi economica formidabile che colpisce soprattutto i giovani. Il 50% della popolazione è sotto i 25 anni ma le classi dirigenti di quei paesi è decrepita. Per questo se queste rivolte hanno un tratto comune è quello generazionale. ” Non sappiamo che sbocchi avrà la situazione complessiva. Quella libica, è sotto gli occhi di tutti, sta sfociando in una guerra dall’esito difficilmente prevedibile”.

“l’Europa non si è impegnata a sufficienza per una soluzione diplomatica della crisi e ora si trova a gestire un conflitto armato che cambierà radicalmente lo scenario. Il problema dei profughi dovrà essere affrontato senza trasformare la Sicilia in un enorme campo di concentramento.

L’ex base di Mineo trasformata in ghetto alimenta già problemi di sicurezza e esclusione sociale. Solo con una politica di apertura e di integrazione potrebbe scongiurare l’ulteriore aggravarsi della situazione. Il governatore Lombardo, col suo scimmiottare toni leghisti, sembra pensarla diversamente.”