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17 novembre 10.59 Cantieri Palumbo, aumenta la tensione

 L’atteggiamento di sfida che la Palumbo SpA pone in essere nei confronti delle maestranze messinesi sta trascinando la vertenza a livelli che esulano dalle normali dinamiche sindacali, l’esasperazione dei lavoratori rischia di giungere al confine del non controllo, solo grazie alla responsabilità del fronte sindacale e all’intervento mediatore delle istituzioni, il Prefetto Alecci su tutti, si è fin oggi evitato il peggio. I pochi confronti che le scriventi OO.SS. hanno avuto l’occasione di tenere con l’azienda, poco c’entrano con il negoziato fra le parti che dovrebbero tendere al fine unico della produzione, volto a garantire i salari dei lavoratori e il profitto per
l’azienda. I rappresentanti della Palumbo riescono, con ogni pretesto, a trasformare il tavolo delle trattative in terreno di scontro, fin’anche il confronto a suo tempo convocato da S.E. il Prefetto, con la presenza delle massime istituzioni coinvolte nella vertenza, ha fatto registrare il nulla di fatto a causa delle “escandescenze” tattiche della parte datoriale che sembra avere interesse a mantenere lo status quo, con il cantiere di Messina sacrificato alla cassa integrazione mentre la produzione è sistematicamente destinata ai siti di Malta e Napoli. Rigettiamo con forza le accuse a
mezzo stampa della responsabile risorse umane della Palumbo S.p.A. circa il rifiuto del sindacato alla negoziazione in tema di cassa integrazione, gli ammortizzatori sociali sono un costo per la collettività e un sindacato responsabile ne condivide il ricorso solo in casi di estrema esigenza, sottoscrivere la richiesta di cassa integrazione avanzata dalla Palumbo, mentre in cantiere fervono i lavori su una nave della Tirrenia e oltre alla maestranze messinesi si fa ricorso a ditte esterne
che parlano il dialetto napoletano, oltre ad essere un paradosso rappresenterebbe un utilizzo improprio delle residue risorse destinate a garantire gli ammortizzatori sociali che riteniamo opportuno orientare verso realtà lavorative ove la possibilità di produzione è veramente assente.
In ogni caso nulla può giustificare la reazione aziendale che affronta il conflitto privando i lavoratori del giusto salario e mantenendo tre dipendenti messinesi in cassa integrazione mentre i lavori vengono svolti da manodopera esterna.