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13 assassini

Paese: Giappone, Regno Unito

Genere: Storico/Azione

Durata: 126 minuti

Regia: Takashi Miike 

Penultimo film del vulcanico regista nipponico, salito agli onori della cronaca per “Audition” “Dead or alive” e la serie televisiva “MPD Psycho”.

Narutsugu, giovane signore feudale in ascesa, è prossimo a divenire il nuovo shogun. Purtroppo, nonostante sia un folle sanguinario, è pur sempre il fratello dell’attuale shogun e perciò intoccabile.

Doi, alto funzionario dello shogunato ha le mani legate, per cui decide di ricorrere segretamente al samurai Shimada che, inorridito dalle gesta del giovane signore, accetta di buon grado.

Per compiere la missione assolda un pugno di samurai retti e valorosi per tendere un agguato alla folta scorta del malvagio Noritsugu, che per un caso del destino è comandata da un suo vecchio rivale, Hanbei.

Questi valorosi obbligano la scorta a passare per un villaggio che hanno trasformato in una trappola per topi, ma quando Noritsugu giunge, i tredici si rendono conto che la scorta è molto più numerosa di quanto avessero previsto. Ciononostante, i samurai prendono la decisione di portare a termine il compito, ben consapevoli che richiederà le loro vite…

Miike porta finalmente sullo schermo l’opera a cui stava lavorando da tempo, remake dell’omonimo film di Eiichi Kudo del ’63. Il risultato è eccellente, ogni singola inquadratura, dinamica o statica che sia, dà l’idea di essere stata preparata e studiata con meticolosità maniacale,

ogni cosa è al posto giusto: anche le scene di massa sono coreografate alla perfezione, rendendo il film una summa ideale tra le opere di cappa e spada nipponiche (jidai geki) ed il western d’oltreoceano degli anni ’60-’70.

L’assurda carneficina che fa da sfondo alla parte finale del film (dà realmente l’idea di cosa si intenda per macello in un film del genere, senza mai scadere nel becero o in scene fini a se stesse), è girato con un occhio di riguardo verso i classici del genere ma allo stesso tempo rinfrescato da sequenze originali e d’effetto, come la danza (non si potrebbe descriverla meglio) del fedele Hirayama tra decine di nemici armato di due spade che va raccogliendo qua e là quasi cogliesse dei fiori. È piacevole notare come nonostante alcune scene siano davvero crude, il film sia stato girato con una fedeltà e un rispetto verso i vecchi modelli, da dare la sensazione in alcuni momenti di stare davvero vedendo un film girato quaranta o cinquant’anni fa in Giappone.

Salta agli occhi la figura del cattivo, il malvagio Narutsugu che rispecchia senza fallo la concezione del Male di Miike: un personaggio sadico ed autodistruttivo che trova la pace solo nella morte.

È un film da vedere, ideale per chi vuol farsi un’idea del periodo storico delle lotte feudali in Giappone, appena prima del tramonto della società basata sul rispetto delle gerarchie, e dell’arrivo dell’età moderna. Consigliato a tutti.

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.